Il succo del discorso prosegue: arte, vino e visione nella nuova opera di Paolo Gonzato
Dopo il lancio del progetto di mecenatismo culturale, AIS accoglie nella propria sede l’installazione site-specific di Paolo Gonzato
Quando nel 2024 Associazione Italiana Sommelier ha dato vita al progetto “Il succo del discorso”, la dichiarazione era chiara: il vino non è soltanto degustazione e tecnica, ma linguaggio culturale, paesaggio umano, visione condivisa. L’arte, in questa prospettiva, non rappresenta un ornamento, ma uno strumento di lettura. Un sigillo identitario.
Il percorso artistico – raccontato al debutto sempre su Vitae dedicato alla nascita del dialogo tra Arte e Vino – si arricchisce oggi di un nuovo capitolo. Con la presentazione ufficiale del 27 febbraio, l’installazione O.O.S. (Out Of Stock), firmata da Paolo Gonzato, entra in modo permanente nella sede AIS nazionale di Milano.
Non un evento isolato, ma la naturale evoluzione di una visione. E, soprattutto, un gesto condiviso: quello di trasformare una sede di formazione in una soglia culturale, attraversata ogni giorno da sommelier, professionisti e appassionati.

Una serata corale: gli interventi e la traiettoria del progetto
Ad aprire l’incontro è stato Camillo Privitera, Responsabile Nazionale Eventi e Sociale AIS, introdotto dal giornalista Emanuele Lavizzari, in un clima subito dichiaratamente “a due voci”: «Possiamo confermare che Arte e Vino vanno d’accordo, vanno d’accordissimo», è stato detto con un sorriso che testimoniava complicità, anche guardando ai calici già serviti all’ingresso come a un preludio sensoriale.

Privitera ha portato i saluti del Presidente Nazionale AIS, Sandro Camilli e ha rimesso a fuoco l’orizzonte: «Vogliamo arricchire questo luogo con bellezza: è uno spazio di lavoro e formazione, e la bellezza rende più piacevole anche il “fare” quotidiano». Poi la dichiarazione più programmatica: «AIS sta cercando nuovi linguaggi. Arte e architettura sono parte di questo percorso».

In questa traiettoria si innesta la dimensione valoriale: «Parlare di vino significa parlare di sostenibilità, di cultura, di sociale. Significa anche dare spazio a chi può trovare, nel vino, un’occasione di crescita e – perché no – anche di occupazione». Un passaggio che porta “Il succo del discorso” oltre la cornice estetica: l’arte come amplificatore di una comunità, non come semplice decorazione.
Accanto a Privitera, il racconto del progetto è stato affidato anche a Irene Biolchini, docente e anima curatoriale dell’iniziativa, che ha ricordato la natura profonda del binomio: «Arte e vino dialogano da molto tempo. Qui l’esigenza era anche dialogare con una sede che ha una storia e un’impronta legata alla modernità industriale di Milano». Da qui l’idea di “stare insieme” come risposta contemporanea a solitudini e frammentazioni: «Recuperare collettività – essere presenti insieme in un luogo – è parte del senso di questo progetto».
E, soprattutto, la scelta di un’impronta non traslocabile: «L’opera di Paolo nasce per essere un segno permanente: non si muove». Non un oggetto da esporre, ma una presenza con cui convivere.

O.O.S.: l’estetica del recupero come metafora del vino
Paolo Gonzato, nato a Busto Arsizio nel 1975, ha scelto Milano come città di riferimento per la sua ricerca e il suo studio. Seguito dalla galleria APALAZZO, sviluppa una pratica artistica che supera i confini disciplinari tradizionali, intrecciando scultura, installazione e linguaggi propri del design. Il suo lavoro si distingue per la rielaborazione di strutture geometriche ricorrenti e per l’impiego di materiali umili o di recupero, reinterpretati fino a diventare costruzioni visive di sorprendente articolazione formale. Nel corso della sua carriera ha preso parte a manifestazioni di rilievo internazionale come la Biennale di Venezia e la Biennale di Berlino; le sue opere sono oggi presenti in significative raccolte pubbliche e private, in Italia e all’estero. Paolo interviene sull’ingresso della sede di via Ronchi trasformandolo in una soglia visiva potente e simbolica. Il suo modulo iconico – il rombo – costruisce una griglia geometrica che richiama la veste di Arlecchino, fatta di pezze e frammenti, ma la reinterpreta con rigore contemporaneo.
Materiali di recupero, scarti di lavorazione, elementi marginali vengono ricomposti in un equilibrio armonico. Nulla è lasciato al caso. Ogni frammento trova posizione, ritmo, senso.
L’opera diventa così metafora esplicita del lavoro in cantina: come l’artista assembla parti diverse per generare una forma coerente, l’enologo crea un grande vino attraverso la sapiente unione di vini base, vigne e annate differenti, governando con precisione il tempo dell’affinamento. È un’analogia che attraversa l’intero progetto “Il succo del discorso”: la trasformazione come atto creativo.

La parola all’artista: “una piattaforma aperta” da attraversare
Paolo Gonzato racconta O.O.S. come un lavoro che non si chiude, ma evolve. E ha ringraziato subito AIS per «la lungimiranza di creare una collaborazione tra Arte e Vino» e per aver colto la natura “in crescita” di una collezione che «ha bisogno dei suoi tempi», proprio come il vino.
La genesi del titolo è dichiarata: «Out Of Stock fa riferimento ad avanzi di colore, ad avanzi di materiale: il primo lavoro nasceva da una scatola piena di scarti». Da lì, un processo che non si esaurisce mai davvero, ma diventa linguaggio riattivabile: «Di volta in volta, non ha un esito conclusivo: è l’occasione per trasformarsi e adeguarsi ai contesti».
Nel caso di AIS, Gonzato ha scelto una gamma cromatica che rimandasse a natura e materia: «Ci sono pennellate secche che richiamano terra, vino, stratificazione». E quella stratificazione – dice – è già un ponte dichiarato verso la cantina: «Accumulo e passaggi successivi sono analoghi a ciò che avviene nella realizzazione dei blend».

C’è poi un’altra chiave, più ampia, quasi “civile”: la relazione con l’architettura e con Milano. Gonzato esplicita la radice del segno: «Il mio lavoro fonda le sue radici nel rapporto con architettura e design», e l’uso della losanga/rombo rimanda a una genealogia novecentesca milanese, «da Ponti a Mendini», dove decorazione e progetto diventano grammatica dello spazio.
Ma l’aspetto forse più attuale è la sua idea di opera come comunità in potenza: «È come una piattaforma aperta», in grado di «creare una rete di persone e collaborazioni». E addirittura, nel suo lavoro pittorico, la griglia diventa un dispositivo partecipativo: «Chiedo a categorie di persone di darmi un colore o un materiale: quello diventa l’alfabeto di una nuova grammatica cromatica condivisa».
In questa prospettiva, O.O.S. non è solo “bella”: è un invito. Un attraversamento continuo. Una soglia che chiede sguardo, lettura, tempo.

Ca’ del Bosco: la cuvée come gesto culturale
In questa narrazione si inserisce la partecipazione di Ca’ del Bosco, partner dell’evento. La scelta non è casuale. La filosofia produttiva della grande cantina di Franciacorta si fonda da sempre sull’arte dell’assemblaggio. La creazione delle cuvée – l’unione di vini base provenienti da vigne e annate diverse – rappresenta un atto di equilibrio, sensibilità e visione. Non è semplice tecnica, ma costruzione di armonia.
Nel gesto di Gonzato si ritrova la stessa tensione: trasformare frammenti in unità, dare valore superiore all’unione di parti distinte. Arte e Vino condividono un linguaggio fatto di attesa, selezione, precisione.

Il nuovo paesaggio culturale: il contributo di Luca Bochicchio e del progetto PNRR
La riflessione si è ampliata grazie all’intervento di Luca Bochicchio, Professore presso l’Università di Verona e co-responsabile scientifico – insieme alla Professoressa Monica Molteni – del progetto PNRR “Metodo contemporaneo NUPART: per un nuovo paesaggio culturale”.
Bochicchio ha collocato il caso AIS dentro un fenomeno più grande: l’ingresso sistemico dell’arte nelle cantine italiane. E lo ha detto con un distinguo netto: «Se moltiplichiamo questo fenomeno per centinaia di casi … non è solo fashion o branding. È qualcosa di più profondo». Dietro, infatti, «c’è un processo: lavoro, relazioni, tempo», come avviene in un’opera d’arte – e come avviene in un vino “fatto bene”.
Da qui la ragione del progetto: mappare e documentare una tendenza nazionale con metodo e contenuti strutturati. Bochicchio ha spiegato che Metodo contemporaneo è una piattaforma con una mappa esplorabile, dove oggi sono schedate circa 60 cantine selezionate «per coerenza e ricerca», a partire da una prima ricognizione molto più ampia. Il valore aggiunto è la profondità: non solo notizie, ma «schedature di artisti e opere», interviste, relazioni, storie che spiegano perché un certo gesto artistico accada proprio lì.
E in questo senso, la sede AIS – spazio di lavoro, formazione e luogo di cultura – diventa perfetta: perché riunisce ciò che spesso teniamo separato, ovvero produzione e visione, artigianalità e pensiero, territorio e immaginario.

Produrre cultura, non solo ospitarla
Con O.O.S. la collezione “Il succo del discorso” si consolida come percorso permanente. L’arte non viene esposta temporaneamente: entra nello spazio quotidiano dell’Associazione, accoglie soci e ospiti, diventa parte dell’esperienza.
«Con questo progetto AIS non si limita a ospitare opere, ma produce cultura», ha dichiarato Sandro Camilli, Presidente Nazionale AIS. Una frase che trova eco nella concretezza dell’intervento: perché qui l’opera non “sta” in sede, ma fa sede. La definisce. La apre.
E Camillo Privitera rilancia, guardando al futuro: «Questo può rappresentare l’inizio di tante altre cose», anche come rete di contatti, luoghi, visioni. Perché il vino – dice – è già un atto creativo: «Riuscire a fare un capolavoro mettendo insieme elementi che non “dovrebbero” stare insieme… non è forse un approccio concettuale?». In quella domanda rivolta agli artisti c’è il cuore dell’intero progetto: riconoscere l’arte nel gesto produttivo, e la produzione come linguaggio.

Un nuovo paesaggio culturale
L’inaugurazione è stata anche occasione di riflessione sul rapporto tra vino e arte contemporanea, sempre più centrale per l’immaginario dei territori. Le cantine non sono più solo luoghi produttivi, ma spazi culturali, architetture narrative, laboratori di visione.
In questo scenario, “Il succo del discorso” si configura come un progetto coerente e strutturato, pronto a trasformare la sede AIS in un luogo di attraversamento simbolico.
Entrare oggi significa varcare una soglia che parla di recupero, di trasformazione, di tempo. Significa riconoscere che il vino – come l’arte – nasce dall’assemblaggio, dalla cura, dalla capacità di vedere possibilità dove altri vedono scarto.
Il succo del discorso, oggi, non è più solo un programma culturale. È un segno permanente.