Il vino ha bisogno di un reset: serve un nuovo patto sociale tra vigna e tavola
Robert Camuto lancia una provocazione contro l’elitismo e i ricarichi folli: dieci punti per riscoprire la semplicità, la trasparenza e il piacere della condivisione in un mondo in crisi.
Non si può scambiare una parola con nessuno, oggi, senza finire a parlare della “Crisi”. Scritto proprio così, con la maiuscola. I consumi calano, la Generazione Z preferisce i mocktail al calice e le minacce di dazi dagli Stati Uniti creano quella che i nostri nonni chiamerebbero “agitazione”. Eppure, questa volta la sensazione è diversa: non è solo il vino a tremare, è tutto il mondo intorno. Robert Camuto, nella sua rubrica Italy Matters, fotografa un momento storico che ricorda la fine degli anni Settanta, ma senza la valvola di sfogo del punk rock: un’epoca in cui l’economia morde, l’intelligenza artificiale minaccia i posti di lavoro e la geopolitica ridisegna le mappe in modi incomprensibili.
In questo clima di smarrimento, l’industria del lusso enogastronomico appare improvvisamente stonata. Quei pranzi da 250 dollari, quegli “origami culinari” complessi e quelle carte dei vini dove un Barolo al calice costa 50 euro, non sembrano più solo costosi: sembrano fuori dalla realtà. Secondo Camuto, abbiamo raggiunto l’apice di un boom durato mezzo secolo che ha trasformato il vino da nutrimento (fisico e spirituale) a mero oggetto di acquisizione, uno status symbol per tribù definite dai tatuaggi o dal profilo demografico. Il problema è radicale: il vino dovrebbe unire le persone, non dividerle in base al portafoglio o alla competenza.
Per questo motivo, l’autore propone un nuovo contratto sociale tra produttori, ristoratori e consumatori, articolato in dieci punti essenziali per riportare il settore con i piedi per terra. Il primo passo è smettere di inseguire icone create dal nulla: il mondo è pieno di cuvée speciali autoproclamate “importanti”, ma ciò di cui abbiamo bisogno sono vini solidi e onesti. Un “buon vino”, secondo Camuto, è quello che rispetta l’ambiente e i lavoratori, che sa di uva fermentata e non di legno eccessivo, e che non nasconde difetti come la volatile o i Brettanomyces dietro la scusa della “naturalità”.
La sostenibilità deve essere concreta, non uno slogan. Bisogna rivedere tutto, dalla potatura alla scelta dei vitigni, aprendo la mente anche all’editing genetico (da non confondere con gli OGM) per rendere le viti resistenti a un clima che cambia e porta nuove malattie. C’è poi una questione di trasparenza radicale: se un produttore di marmellata deve indicare l’acido citrico in etichetta, perché il vino dovrebbe essere esentato? Il consumatore ha il diritto di sapere ogni ingrediente che finisce nel calice.
Camuto tocca poi tasti dolenti per la ristorazione, specialmente quella d’Oltreoceano ma con echi anche da noi: i ricarichi sono fuori controllo. Se un calice copre il costo dell’intera bottiglia, il vino diventa elitario e scoraggia la sperimentazione. Il ristorante non deve mungere il vino come una “vacca da soldi”, ma tornare a essere un luogo di condivisione. Non servono più chef celebrità, ma bravi cuochi e, in questo, l’autore cita l’Italia come modello virtuoso: le nostre migliori trattorie sanno esprimere il territorio con grazia e semplicità, ricordandoci che la cucina, come il vino, è agricoltura e artigianato, non arte contemporanea.
Ma è sulla definizione di lusso che l’articolo chiude con la sua nota più alta: il vero lusso non è essere interrotti da un cameriere addestrato a sciorinare dettagli tecnici non richiesti. Il lusso è un momento di auto-rigenerazione in un mondo impazzito. “Non abbiamo bisogno di una lezione”, conclude Camuto. “Abbiamo bisogno di un abbraccio”.
L’ultimo punto di Camuto, in particolare, tocca il cuore della nostra professione. È vero, c’è stato un tempo in cui la sommellerie rischiava di diventare un esercizio di stile, una barriera di tecnicismi tra il cliente e il piacere. Ma la vera evoluzione del sommelier moderno va esattamente nella direzione auspicata dall’autore. Noi studiamo la tecnica, la chimica e la geografia non per infliggere lezioni al tavolo, ma per avere la competenza necessaria a semplificare la scelta, rendendola accessibile e piacevole. Il nostro obiettivo non è la performance, ma il servizio nel senso più nobile del termine. In un mondo che ha bisogno di “abbracci” e convivialità, il sommelier deve essere il regista invisibile di quel benessere, colui che con un gesto e un sorriso sa trasformare una bottiglia in un ponte tra le persone, lasciando che il tecnicismo resti dietro le quinte e che in scena vada solo l’emozione