Il vino si fa racconto
Con la presentazione del libro “Storie di vino” ha preso forma un viaggio tra calici di Valtellina e Oltrepò.
Presso la sede AIS nazionale di Milano, la pubblicazione di Lisa Pelagatti e Fabrizio Savigni si trasforma in un dialogo corale con produttori, territori e vini simbolo della Lombardia. Tra chiavennasca, pinot nero, viticoltura estrema e metodo classico, il racconto del vino torna a essere umano, culturale e profondamente contemporaneo. Gli eventi dedicati al vino si moltiplicano, ma alcuni riescono ancora ad andare oltre etichette e annate. Conta il modo in cui il vino viene raccontato, la capacità di sottrarlo a quel linguaggio tecnico e autoreferenziale che negli ultimi anni lo ha spesso confinato a una nicchia di esperti o esegeti.

La presentazione di Storie di vino, il volume edito da Treccani e firmato da Lisa Pelagatti e Fabrizio Savigni, presso la sede nazionale AIS di Milano, ha superato questi obiettivi: si è trattato di una serata in cui il vino, per qualche ora, ha smesso di essere soltanto materia da analizzare, degustare o classificare ed è tornato a essere soprattutto una narrazione. Un racconto fatto di territori, persone, intuizioni, memorie familiari, paesaggi, fatiche e identità. Ed è probabilmente questo il primo elemento che ha distinto l’incontro: il fatto che il libro non sia rimasto confinato dentro la sua stessa presentazione. A poco a poco la serata si è trasformata in qualcosa di diverso. Un dialogo corale tra autori, produttori, sommelier e pubblico, in cui il vino lombardo – dalla Valtellina all’Oltrepò Pavese – ha preso forma attraverso le voci di chi quei territori li vive quotidianamente. Moderato dal giornalista Emanuele Lavizzari, l’incontro ha avuto fin dall’inizio un ritmo diverso rispetto a molte presentazioni editoriali dedicate al vino. Non un’alternanza ordinata di domande e risposte, ma un movimento più fluido, quasi narrativo, in cui gli interventi degli autori si intrecciavano continuamente con le storie dei produttori e con i vini in degustazione.

Un libro nato per raccontare il vino fuori dai tecnicismi
Lisa Pelagatti lo ha detto chiaramente fin dai primi minuti: Storie di vino non nasce come manuale tecnico. Non vuole essere un trattato, né un’enciclopedia del vino italiano. L’idea, condivisa fin dall’inizio con Fabrizio Savigni, era quella di costruire un’opera divulgativa, in grado di parlare anche a chi non possiede una formazione enologica specifica. Savigni ha raccontato come il progetto abbia preso forma mentre lui stesso stava frequentando il corso AIS per diventare sommelier. Proprio in quel momento si è accorto di quanto il mondo del vino fosse pieno di testi tecnici, spesso indispensabili, ma anche di quanto mancasse uno spazio narrativo in grado di restituire il vino nella sua dimensione più umana. Da lì nasce il cuore del libro: non spiegare il vino come un sistema chiuso di definizioni, ma raccontarlo attraverso le persone che lo producono e i territori che lo custodiscono. Pelagatti ha ricordato come la scrittura si sia sviluppata quasi naturalmente su questa direzione, cercando di evitare il tono didascalico per lasciare invece spazio a una dimensione più emotiva e narrativa. Il vino, nel libro, non è mai soltanto un oggetto di studio. Diventa presenza, carattere, memoria, paesaggio. Ed è proprio questo approccio che emerge con forza in alcuni capitoli citati durante la serata, come quello dedicato al nebbiolo. Un vitigno raccontato quasi come una persona: paziente, austero, solitario, capace di aspettare il tempo necessario senza cercare scorciatoie. Non è difficile capire perché proprio quel capitolo sia stato scelto dagli autori come “demo” da presentare all’editore Treccani. In quelle pagine si trova già tutto il tono del libro: il vino che smette di essere semplicemente un insieme di caratteristiche organolettiche e diventa invece comportamento, carattere, modo di stare al mondo.

Il vino come spazio di storie
Uno degli aspetti più interessanti emersi durante l’incontro è stato proprio il modo in cui gli autori hanno parlato del vino come strumento per leggere altro. Non soltanto il territorio, ma anche i cambiamenti culturali, economici e persino sociali del Paese. Quando Savigni racconta il Lambrusco, ad esempio, non parla soltanto di un vino. Parla di un’identità che nel tempo si è trasformata, alleggerita, talvolta snaturata, per poi cercare una nuova autenticità. Quando il discorso si sposta sul Marsala, il vino diventa quasi una metafora culturale: un prodotto che assorbe influenze, viaggia, cambia, si lascia contaminare. Pelagatti ha insistito molto su questo punto: il vino è un “artefatto culturale”. Racconta non solo chi lo produce, ma anche il modo in cui un Paese viene percepito all’esterno. E forse proprio per questo il libro evita continuamente di rinchiudere il vino dentro categorie troppo rigide. Il linguaggio resta accessibile, ma non superficiale. Leggero, ma mai semplificato.

La degustazione: la Lombardia del vino prende voce
La parte più intensa della serata è iniziata quando il libro ha lasciato spazio ai produttori presenti in sala. A quel punto la presentazione si è trasformata in un vero viaggio nella Lombardia del vino. Da una parte la Valtellina, con la sua viticoltura verticale, scavata nella montagna. Dall’altra l’Oltrepò Pavese, territorio dove il pinot nero continua a trovare espressioni sempre più personali e contemporanee. Ogni vino è diventato un punto di partenza per raccontare storie familiari, recuperi architettonici, cambiamenti climatici, intuizioni produttive e persino conflitti generazionali.

Mamete Prevostini e il nebbiolo contemporaneo della montagna
Il primo vino servito è stato il Rosso di Valtellina DOC Vesper 2024 di Mamete Prevostini, nato dal progetto del Convento San Lorenzo. Savigni lo ha definito un nebbiolo contemporaneo: un vino di montagna capace di mantenere freschezza e immediatezza senza perdere identità territoriale. Servito leggermente fresco, quasi in chiave aperitivo, il Rosso di Valtellina è stato raccontato come un vino che cerca soprattutto l’espressione del territorio e del frutto. Il progetto del Convento è emerso come uno dei racconti più affascinanti della serata. Un antico complesso religioso recuperato dall’azienda e trasformato in un luogo dove il vino continua una storia iniziata secoli fa. Le vigne, già citate in documenti medievali, tornano oggi a essere il centro di una nuova continuità produttiva. Il recupero del Convento non è stato raccontato soltanto come operazione architettonica, ma come gesto culturale. Un modo per mantenere viva la memoria agricola di un luogo.


Sandro Fay e la viticoltura eroica della Valgella
Con Sandro Fay il discorso si è spostato sulla dimensione più concreta della viticoltura valtellinese. Elena Fay, figlia di Sandro, ha raccontato il lavoro quotidiano in vigna, la complessità di coltivare nebbiolo in montagna, le difficoltà legate alle annate sempre più estreme e ai cambiamenti climatici. Dietro ogni bottiglia – ha ricordato – c’è una quantità enorme di lavoro manuale. Il vino in degustazione era il Valtellina Superiore DOCG Valgella 2023, espressione di una sottozona storica del territorio. Interessante il passaggio sul concetto di “vigna” come identità. Non basta più parlare genericamente di Sassella, Inferno o Valgella: oggi, secondo Fay, l’identità più autentica nasce dal singolo appezzamento, dalla sua esposizione, dalla sua altitudine, dal suo microclima. È un cambio di prospettiva che racconta bene anche l’evoluzione contemporanea della Valtellina.


AR.PE.PE. e il “giusto tempo” del nebbiolo
Il terzo vino valtellinese è stato il Rocce Rosse di AR.PE.PE., Valtellina Superiore Sassella DOCG Riserva. Qui il protagonista assoluto è stato il tempo. Guido Pelizzatti Perego ha raccontato il vino attraverso l’idea del “giusto tempo del nebbiolo”, espressione che riassume perfettamente la filosofia aziendale. Un nebbiolo che non forza nulla, che non rincorre concentrazione o eccessi, ma che cerca precisione, freschezza e profondità. La Riserva 2018 è stata descritta come il risultato di una lunga attesa: macerazioni lunghissime, affinamenti pazienti e un lavoro volto a preservare soprattutto l’identità della montagna. Il racconto si è poi allargato alla fragilità della Valtellina. Dalla perdita progressiva dei vigneti – passati in pochi decenni da migliaia di ettari a poco più di ottocento – fino al ruolo fondamentale dei produttori nella manutenzione del paesaggio e dei muretti a secco. Non soltanto vino, dunque, ma vera custodia territoriale.


L’Oltrepò Pavese e la dimensione contemporanea
Dopo la Valtellina, la degustazione si è spostata nell’Oltrepò Pavese. Savigni ha raccontato il suo stupore davanti a zone che conosceva meno e che lo hanno colpito immediatamente per la loro biodiversità e per il carattere ancora “selvaggio”. Un paesaggio molto diverso da altri, più addomesticati e turistici. «È un posto ancora autentico», ha detto più volte durante la serata. Ed è probabilmente proprio questa autenticità che emerge nelle storie dei produttori presenti.

Frecciarossa, quando l’Oltrepò guardava già all’Inghilterra
Con Frecciarossa la dimensione narrativa ha assunto quasi il tono di un romanzo storico. Valeria Radici Odero ha ricostruito la storia dell’azienda di famiglia, acquistata nel 1919 dal bisnonno dopo gli anni vissuti in Inghilterra. Un uomo che, pur non essendo produttore di vino, intuì il potenziale dell’Oltrepò e decise di investire in vini capaci di confrontarsi con quelli francesi. Il vino servito è stato il Metodo Classico Pinot Nero Extra Brut, 24 mesi sui lieviti, espressione del progetto “Classese”. Ma il vero fascino del racconto stava nella storia dell’azienda: le esportazioni in Inghilterra, le forniture ai viceré dell’India britannica, le navi verso New York durante gli anni del proibizionismo. Una storia che mostra quanto l’Oltrepò fosse internazionale molto prima di quanto si immagini oggi.


Tenuta Mazzolino e il sogno del pinot nero rosso
Con Tenuta Mazzolino il focus si è spostato sul pinot nero vinificato in rosso. Francesca Seralvo ha raccontato l’arrivo della famiglia in Oltrepò negli anni Settanta e la decisione del nonno di lavorare sul pinot nero seguendo i consigli di figure come Luigi Veronelli e Giacomo Bologna. Il vino in degustazione è stato un Blanc de Noir Classese, ma il centro del racconto era soprattutto il percorso aziendale legato al Pinot Nero rosso e l’incontro con l’enologo greco Kyriakos Kynigopoulos, ancora oggi consulente dell’azienda. Seralvo ha parlato spesso di sperimentazione, di ambizione e di desiderio di costruire un’identità qualitativa forte per il territorio.


Scuropasso e il progetto Cruasé
Con Scuropasso si è entrati nel tema del Cruasé, il rosé metodo classico dell’Oltrepò Pavese. Il vino degustato era il Roccapietra Zero, Pas Dosé 100% Pinot Nero. La testimonianza – che ha avuto la voce di Pier Filippo Frisa, Responsabile Comunicazione del Consorzio – ha permesso anche di ripercorrere l’evoluzione dei progetti consortili dell’Oltrepò, dal Cruasé al ritorno del termine Classese, oggi sempre più centrale nella costruzione dell’identità del metodo classico oltrepadano. Un passaggio importante, perché mostra il tentativo del territorio di costruire finalmente una narrazione più chiara e riconoscibile.


Conte Vistarino e la memoria del Pinot Nero italiano
A chiudere la degustazione è stato il 1865 di Conte Vistarino, Metodo Classico Pinot Nero. Ottavia Giorgi di Vistarino ha probabilmente offerto uno degli interventi più intensi della serata, intrecciando memoria familiare, storia dell’Oltrepò e percorso personale. Il 1865 è l’anno in cui Carlo Gancia arriva in Oltrepò alla ricerca del pinot nero adatto al metodo classico. Da lì nasce una lunga tradizione che porterà Vistarino a diventare uno dei punti centrali della storia spumantistica italiana. Ma il racconto più interessante è stato quello del rapporto tra generazioni. Ottavia ha ricordato il desiderio iniziale di lavorare sui rossi, il confronto con il padre, le difficoltà nel trovare il proprio spazio dentro una grande azienda storica e infine il ritorno al metodo classico con una visione nuova. Il 1865 è emerso quasi come una sintesi personale di questo percorso: un pinot nero verticale, sapido, senza concessioni decorative, pensato per raccontare il territorio più che lo stile.


Il vino come racconto vivo
Alla fine della serata, il libro aveva, in un certo senso, assunto nuove sembianze. Non più soltanto un volume da presentare, ma un pretesto per costruire un racconto collettivo sul vino italiano contemporaneo. Un racconto in cui il vino ha smesso di essere semplice oggetto di degustazione per tornare a essere soprattutto esperienza umana. E forse è proprio qui il punto più forte di Storie di vino: in un momento storico in cui il vino viene spesso raccontato per essere consumato rapidamente – anche narrativamente – il libro sceglie un’altra strada e lascia spazio soprattutto alle persone. Non cerca continuamente di spiegare tutto: lascia che siano le storie a fare il loro lavoro. E quando si esce da una serata come questa, la sensazione non è tanto quella di aver imparato nuove nozioni tecniche. È piuttosto quella di aver guardato il vino da un’altra prospettiva. Una prospettiva in cui il vino non è più soltanto qualcosa da capire. Ma qualcosa da vivere. Sempre, naturalmente, in condivisione.


