Joe Bastianich: “Il vino non è un prodotto, è agricoltura pura. Siamo solo assistenti della natura”
Tra le radici in Friuli e la nuova sfida del Cerasuolo di Vittoria in Sicilia, trent’anni di carriera nel calice.
C’è un’immagine che Joe Bastianich porta con sé da trent’anni: quella dei suoi nonni che, con le mani sporche di terra, trasformavano l’uva in un rito familiare prima ancora che in un prodotto. Per il “Restaurant Man” più famoso del mondo, il vino non ha mai smesso di essere questo: un atto agricolo, un frammento di identità sospeso tra le colline del Friuli e le tavole di New York.
Oggi, in un mercato globale che affronta una crisi di consumi senza precedenti e una nuova generazione di winelovers sempre più attenta alla salute e alla “pulizia” di ciò che versa nel calice, Bastianich non cerca rifugio nelle strategie di marketing industriale. Al contrario, rilancia il valore del sentimento e della memoria.
Tra riflessioni sul momento attuale e nuovi progetti che profumano di Sicilia, Joe ci racconta la sua visione di un’enologia che deve tornare a parlare la lingua della terra.
Dalle origini fino in America
Partiamo dalle origini. Il vino sembra essere il punto di equilibrio tra le tue anime, quella americana e quella italiana. Oggi, dopo trent’anni di carriera, come ti definisci nel mondo del vino?
“Mi sento prima di tutto un produttore, ma un produttore con una missione precisa. Mi definisco la ‘guida spirituale’ di un’azienda come Brandini e dei progetti in Friuli, perché il vino per me è il racconto vivente di una storia di immigrazione. I miei nonni facevano vino, era nel loro DNA di agricoltori istriani. Quei vini che produciamo oggi sono qualcosa di estremamente personale, li disegno e li interpreto esattamente come li vedo io, senza filtri. Dopo trent’anni, queste bottiglie sono diventate letteralmente parte della mia persona, un pezzo di me che porto in giro per il mondo. È un legame quasi fisico, viscerale“.
L’America è sempre stata il mercato d’elezione per il prodotto italiano, tuttavia oggi si avverte un cambiamento. Come sta evolvendo lo sguardo americano verso le nostre bottiglie?
“Non nascondiamoci, siamo in un momento di crisi. I consumi delle nuove generazioni sono in calo, lo vediamo chiaramente nei ristoranti con flessioni che toccano il 25%. Le abitudini stanno cambiando radicalmente. I giovani oggi chiedono ’clean eating’ e ’clean drinking’: vogliono investire sulla propria salute, mangiare pulito, bere meno ma meglio. E ci sta, è un’evoluzione legittima. Forse noi comunicatori non abbiamo sempre usato le chiavi giuste per parlare con loro negli ultimi anni. Però credo nei cicli: torneremo al vino, serve solo un momento di pazienza per capire come intercettare questo nuovo bisogno di autenticità“.

Prosecco e Pinot Bianco
C’è qualche vitigno o denominazione che, nonostante questo scenario, sta riuscendo a sorprendere gli Stati Uniti?
“Il Prosecco continua a dominare il mercato mondiale. È un prodotto che ’comunica’ tantissimo per quello che offre in relazione al prezzo, è immediato e democratico. Non dico che sia il mio vino preferito in assoluto, ma il suo successo è innegabile e meritato per la capacità che ha avuto di posizionarsi. Se guardiamo invece alla qualità pura e al territorio, io continuo a scommettere sul Pinot Bianco in Friuli. È una varietà elegante, sapida, che esprime il terroir in modo incredibile, forse anche più del Pinot Grigio che in America è già un classico“.
Hai parlato di territorio. Quali sono, per te, i valori imprescindibili per definire un vino davvero “autentico”?
“Sembra una risposta banale, lo dicono tutti, ma la verità è che un vino deve rappresentare strettamente la varietà e il luogo da cui proviene. Se togli il territorio, togli l’anima. Ma c’è di più: dobbiamo smettere di pensare al vino come a un prodotto industriale. Il vino è agricoltura. Noi non ’facciamo’ il vino, siamo semplicemente assistenti di un processo naturale, della fermentazione, della crescita del grappolo. Comunicare che il vino sta a tavola insieme agli altri prodotti della terra è fondamentale. È un alimento della cultura, non un bene di lusso costruito in laboratorio“.

La comunicazione del vino italiano
Eppure, comunicare questa “magia” dell’agricoltura sembra sempre più difficile. In cosa deve cambiare la comunicazione del vino italiano?
“Deve tornare a collegarsi prepotentemente alla cultura della tavola italiana. Il vino non viaggia da solo, vola quando è accompagnato dalla nostra gastronomia e dai nostri valori. Dietro ogni bicchiere c’è una storia, una persona, una fatica. Se riuscissimo a trasmettere questo sentimento, questo legame con la terra e con i ricordi, ogni volta che qualcuno stappa una bottiglia, avremmo vinto. È una sfida difficile, quasi magica, ma è l’unica strada possibile per non rendere il vino una semplice commodity“.
Parlando di emozioni, qual è stata l’ultima bottiglia che ti ha fatto davvero sobbalzare il cuore?
“Poco tempo fa ero a Monforte e ho aperto un Barolo Cascina Francia 2004. Quel vino mi emoziona ogni singola volta. Cercavo il 2001, che per me resta uno dei top 3 vini prodotti in Italia negli ultimi trent’anni, ma la 2004 è stata comunque un’esperienza mistica. Lì senti davvero il Piemonte, senti la mano dell’uomo che rispetta la terra“.

Progetti futuri con il vino
Chiudiamo guardando avanti. Quali sono i tuoi progetti futuri nel mondo del vino?
“La mia curiosità mi spinge sempre verso nuove frontiere. In questo momento sono molto concentrato su un progetto in Sicilia, a Chiaramonte Gulfi, nel ragusano, che si chiama Akrille, e che ho realizzato insieme a Salvatore Cutrera, lo storico produttore dell’omonimo Frantoio siciliano. Fin da subito l’idea è stata di lavorare con i vitigni più rappresentativi della storia vitivinicola siciliana, a cominciare dal Cerasuolo di Vittoria, un vino in cui credo moltissimo. E poi il Nero d’Avola e il Frappato, che riescono sempre a creare un equilibrio magico tra forza e freschezza.
È la mia nuova sfida in una terra incredibile: portare l’anima della Sicilia nel mondo, con la stessa passione con cui trent’anni fa ho iniziato in Friuli“.