La Cina non copia più: il dragone del vino ha trovato la sua anima (e il suo terroir)
L’industria vinicola cinese sta vivendo una rivoluzione copernicana, passando dalla mera imitazione dei modelli francesi alla valorizzazione delle proprie radici territoriali. Grazie a massicci investimenti e all’ingresso di una nuova classe di consumatori consapevoli, la Cina si è affermata come il 15° produttore mondiale, puntando su qualità e diversità. Un reportage di Jacopo Mazzeo svela come regioni ostili come il Ningxia stiano diventando culle di vini d’autore che non temono il confronto globale.
Immaginate un luogo dove l’aria estiva è così secca che l’umidità sulla superficie degli occhi evapora prima che il corpo riesca a rimpiazzarla. Siamo nel Ningxia, una remota regione della Cina centro-settentrionale al confine con il deserto del Gobi, dove l’inverno morde con temperature che precipitano a meno 30 gradi e l’estate brucia superando i 38. Eppure, è proprio in questo paesaggio profondamente inospitale, che ricorda certe nostre viticolture eroiche, che si sta compiendo il miracolo enologico del Dragone. Come racconta Jacopo Mazzeo in un reportage per Food & Wine, quella che fino a pochi decenni fa era un’area prevalentemente rurale si è trasformata nella punta di diamante della vigna cinese.
La testimonianza di Lenz Moser, enologo austriaco di Chateau Changyu-Moser XV, è illuminante: arrivato nel 2009 in un territorio quasi sconosciuto dove i vini erano ancora mediocri, intuì subito due fattori decisivi. Da un lato il forte sostegno del governo locale, dall’altro la presenza di un nucleo di giovani donne, istruite all’estero e ferocemente ambiziose, determinate a mostrare al mondo cosa il Ningxia potesse offrire. Oggi quella visione è diventata realtà e simboleggia l’ambizione della Cina di sedersi al tavolo dei grandi non più come ospite, ma come protagonista, status certificato dall’ingresso a pieno titolo nell’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (OIV) nel novembre 2024.
L’interesse dei colossi globali non si è fatto attendere. Gruppi del lusso come LVMH e Pernod Ricard hanno portato capitali ed expertise, non solo nel Ningxia ma anche nello Yunnan — alle pendici dell’Himalaya — e nello Shandong, sulla costa orientale. Il risultato è che la Cina è diventata il 15° produttore mondiale di vino, con volumi annuali di 2,6 milioni di ettolitri, paragonabili a quelli di nazioni storiche come l’Ungheria o emergenti come la Nuova Zelanda. E non parliamo solo di quantità: i concorsi internazionali vedono sempre più etichette cinesi sul podio e il Paese ha già ospitato due volte il Concours Mondial de Bruxelles, l’ultima delle quali proprio nel Ningxia nel 2025.
Per noi europei, spesso scettici, è tempo di aggiornare il software: l’idea che il vino cinese sia un intruglio imbevibile o una copia maldestra è obsoleta. I primi anni di questa avventura enologica sono stati segnati da una fascinazione quasi cieca per la cultura francofona, con la costruzione di finti châteaux francesi e l’impianto massiccio di cabernet e merlot senza alcuna considerazione per il suolo, il tutto affogato in barrique nuove che facevano sapere il vino più di legno che di uva. Ma quella fase è finita. I produttori cinesi stanno scolpendo la propria identità, adattando lo stile ai terroir locali.
Oggi, accanto ai rossi in stile bordolese di classe mondiale, troviamo una diversità tipica di un paese produttore maturo: dai Riesling strutturati agli spumanti metodo classico, fino ai vini macerati sulle bucce. Lily Zhang, comproprietaria della Fei Tswei Winery, spiega a Mazzeo che questa diversificazione è una tappa cruciale per lo sviluppo di un’identità a lungo termine. Ma il cambiamento non avviene solo in cantina; è la società cinese stessa a mutare. Se storicamente il vino era legato ai banchetti e ai rituali del dono, oggi una nuova generazione lo acquista per piacere personale, spingendo il mercato oltre la monotonia dei grandi rossi.
Per chi volesse avventurarsi in questo nuovo mondo, Mazzeo segnala tre etichette che incarnano lo spirito del tempo. Il vertice del lusso è rappresentato dall’Ao Yun, il progetto di LVMH nello Yunnan: un blend a base di cabernet che sfida i grandi del mondo con la sua struttura vellutata e una spina dorsale minerale. Sul fronte della sperimentazione troviamo il Silver Heights Sand Lake Moon Orange Wine del Ningxia, un blend audace di Sauvignon Blanc, Riesling e Gewürztraminer fermentato in anfore di terracotta tradizionali, che profuma di gelsomino e tè. Infine, per gli amanti del “naturale”, c’è la serie Xiao Pu Perdue di Ian Dai, un vignaiolo nomade che seleziona uve in tutto il paese seguendo una filosofia di minimo intervento; il suo Pinot Noir è la prova che la tela bianca del vino cinese si sta riempiendo di colori sorprendenti.