La Fabriseria e Marne 180: due visioni della Valpolicella secondo Tedeschi
Dalla tensione di un cru d’altura all’equilibrio dell’Amarone gastronomico: quattro secoli di storia che trovano senso nel tempo del vino
In Veneto la famiglia è un valore: un assunto che in Valpolicella è un mantra che si ripete di cantina in cantina. Ogni incontro in cantina è, prima di tutto, il racconto stratificato di una famiglia, di un territorio e soprattutto di un’idea di Valpolicella che rifiuta ogni semplificazione. Da Tedeschi Wines le voci sono soprattutto quelle di Sabrina e Riccardo, intrecciate con naturalezza tra accoglienza, tecnica e memoria. Fin dall’inizio è stato chiaro che il focus dell’incontro non sarebbe stato un singolo vino, ma una doppia traiettoria: da un lato La Fabriseria, dall’altro Marne 180. Due espressioni profondamente diverse, ma unite da una stessa radice culturale.

La storia della famiglia Tedeschi inizia infatti nel 1630, quando i primi documenti attestano la loro attività agricola a Pedemonte, nel cuore della Valpolicella Classica. Da allora il percorso dell’azienda si è sviluppato in parallelo con quello del territorio, costruendo una conoscenza progressiva delle colline veronesi e trasformando l’esperienza generazionale in un elemento strutturale del proprio modo di fare vino.
Nel corso dei secoli l’azienda è cresciuta insieme al territorio, consolidando una reputazione sempre più solida nel panorama del vino italiano. Questo lungo percorso ha permesso alla famiglia di accumulare una conoscenza profonda delle colline veronesi, trasformando l’esperienza generazionale in uno dei pilastri della propria identità produttiva.
Oggi Tedeschi è considerata una delle realtà storiche della denominazione, un punto di riferimento che coniuga memoria, cultura del vino e ricerca continua. Ogni bottiglia prodotta dalla famiglia racconta, in qualche modo, questo dialogo costante tra passato e presente, tra tradizione contadina e interpretazione contemporanea del terroir.

Territorio, studio, identità
Per comprendere l’identità dei vini Tedeschi è necessario partire dal territorio. La Valpolicella, situata a nord di Verona, è una delle aree vitivinicole più celebri d’Italia e presenta una straordinaria varietà di suoli, esposizioni e microclimi.
I vigneti della famiglia si estendono principalmente nella Valpolicella Classica, su pendii collinari che variano tra i 200 e i 500 metri di altitudine. Questa posizione garantisce un equilibrio ideale tra maturazione delle uve e freschezza aromatica, contribuendo a creare vini complessi e longevi.
Nel corso degli anni la cantina ha sempre attribuito grande importanza allo studio dei propri vigneti. La conoscenza approfondita dei suoli e delle caratteristiche pedoclimatiche ha portato allo sviluppo di progetti di zonazione e ricerca agronomica, strumenti fondamentali per comprendere come ogni singola parcella possa contribuire alla personalità dei vini.
Per la famiglia Tedeschi, la terra non è soltanto una risorsa agricola ma un interlocutore da ascoltare. L’osservazione costante dei ritmi della natura e delle specificità di ogni vendemmia è parte integrante della filosofia aziendale, che considera la vigna il vero centro del processo produttivo.

Il presente e la nuova generazione
Gli investimenti in vigneto e in cantina hanno avuto l’obiettivo di migliorare la qualità e la precisione stilistica dei vini, mantenendo al tempo stesso un forte legame con la tradizione enologica del territorio. Tra gli interventi più significativi vi è la costruzione di un moderno centro di appassimento a Pedemonte, progettato per garantire condizioni ottimali durante il delicato processo di disidratazione delle uve destinate alla produzione di Amarone e Recioto. Il controllo dell’umidità e della ventilazione permette di preservare l’integrità dei grappoli e di favorire uno sviluppo aromatico più armonico. Oggi la tenuta comprende circa 46 ettari di vigneto, distribuiti principalmente nelle colline della Valpolicella, un patrimonio agricolo che rappresenta la base della produzione aziendale.
L’azienda è guidata dalla quinta generazione della famiglia, rappresentata dai fratelli Antonietta, Sabrina e Riccardo Tedeschi: ciascuno di loro contribuisce con competenze specifiche allo sviluppo dell’azienda, dalla gestione manageriale alla comunicazione, fino alla ricerca agronomica ed enologica. Da gennaio 2026 Tedeschi ha accolto anche Enrico Giacomelli Tedeschi, figlio di Antonietta, primo ingresso operativo della nuova generazione della famiglia. Avvocato di formazione, Enrico ha maturato esperienze professionali in ambito legale e consulenziale, competenze che oggi mette al servizio dell’azienda di famiglia.

Due vini, due direzioni
È dentro questa storia lunga e profonda che si inserisce la degustazione, che non è stata pensata come una semplice presentazione di etichette, ma come un confronto tra due visioni. Da un lato La Fabriseria, di cui si celebrano i vent’anni nella sua espressione come Valpolicella, vino di vigneto, di ricerca, di tensione. Dall’altro Marne 180, Amarone ampio, costruito sull’equilibrio e sulla capacità di stare a tavola.

La Fabriseria: il Valpolicella come campo di ricerca
Parlare di La Fabriseria significa entrare nel cuore più inquieto e curioso della produzione Tedeschi. Non è un vino nato per assecondare un’idea già definita di Valpolicella, ma per metterla in discussione, quasi per allargarne i confini. Sette ettari tra Fumane e Sant’Ambrogio in Valpolicella, tra i 430 e i 500 metri di altitudine. Come ha sottolineato Sabrina Tedeschi: «Si parla tanto oggi di Valpolicella, di quale deve essere lo stile del Valpolicella. Noi negli anni ci siamo impegnati a produrre ben cinque diversi vini Valpolicella». Corvina, Corvinone, Rondinella e Oseleta allevati su suolo sottile, asciutto, con presenza di componente calcarea e roccia fratturata. Le uve vengono lasciate maturare a lungo in pianta, arrivando a una leggera surmaturazione prima della raccolta, elemento che contribuisce alla profondità aromatica e alla struttura. In cantina il vino segue fermentazioni attente e un affinamento lungo — circa due anni in botti di rovere di Slavonia — seguito da ulteriore riposo in bottiglia, a conferma di un’impostazione che privilegia il tempo come fattore costruttivo. Riccardo Tedeschi lo chiarisce senza esitazioni: «È un terreno estremo… e proprio per questo dà vini molto concentrati».

Dalla potenza alla precisione
La Fabriseria nasce con un obiettivo ambizioso: «Volevamo fare un grande Valpolicella, da competere con i grandi vini più giovani del mondo». All’inizio la risposta è stata la potenza, la struttura, la concentrazione. Era il linguaggio del tempo. Oggi invece il lavoro si è spostato verso una maggiore precisione, verso la leggibilità del frutto, verso un equilibrio più sottile tra materia e tensione. «Stiamo adattando la tecnica per arrivare a mostrare quello che abbiamo trovato durante la ricerca», racconta Riccardo.

Verticale La Fabriseria
La Fabriseria Valpolicella DOC Classico Superiore 2021
Un vino ancora giovane ma già nitido nella propria fisionomia, con un frutto sotto spirito che non ha nulla di stanco o di pesante, ma conserva slancio e tensione, quasi una vibrazione interna che impedisce alla materia di sedersi. Il quadro aromatico, ricco ma non confuso, si è mosso tra note mentolate, tabacco, liquirizia, elicriso, caffè leggermente tostato, cioccolato bianco, ginepro e una sottile vena vegetale che non disturba ma allunga. In bocca il tannino è ben percepibile, non ancora del tutto fuso, ma già in grado di sostenere un sorso dinamico, nervoso, con quella sensazione di energia trattenuta che appartiene ai vini destinati a cambiare molto. Qui si avverte bene la direzione contemporanea del progetto: meno enfasi sulla massa, più fiducia nella precisione.
La Fabriseria Valpolicella DOC Classico Superiore 2012
Il linguaggio si fa subito più complesso e composto. Il colore, che si muove ormai verso un granato più mattonato, annuncia una maturità che non ha nulla di declinante. Al naso arrivano con ordine e profondità la noce moscata, il rabarbaro, la radice di genziana, il cioccolato fondente, la frutta secca, la cannella, i chiodi di garofano, l’anice stellato. Tutto appare più stratificato e meno esibito, come se il vino avesse smesso di voler mostrare la propria forza per iniziare invece a ragionare per sfumature. Il sorso conferma questa impressione: la bella acidità tiene il passo senza forzare, il tannino è ormai integrato, e quello che colpisce è la compostezza, la sensazione di trovarsi di fronte a un vino che ha trovato un centro.

La Fabriseria Valpolicella DOC Classico Superiore 2007
Qui il frutto arretra decisamente e il vino entra in un territorio aromatico quasi meditativo. Emergono la radice e la corteccia, l’incenso, gli aromi di sagrestia, il sandalo, gli oli essenziali, l’arancio amaro; poi si affacciano toni vegetali e officinali, il peperone, il sedano, il tabacco essiccato, le erbe aromatiche secche, dall’alloro al timo al rosmarino, fino al bastoncino di liquirizia e al ginepro. È un profilo che non si limita a “evolvere”: cambia registro, si spiritualizza, si fa più austero e insieme più intrigante, come se il vino, smettendo di raccontare il frutto, avesse iniziato a raccontare il luogo.
La Fabriseria Valpolicella DOC Classico Superiore 2006
La 2006 si colloca su una linea simile ma con un’impronta ancora più scura, più raccolta, quasi ombrosa. Le note di cannella e bacche di ginepro si intrecciano con il pot-pourri, i fiori secchi, la macchia mediterranea, mentre il palato si distende con un velluto che non è mollezza ma maturità tattile. La buona acidità, ancora presente, evita qualsiasi deriva crepuscolare e mantiene il vino in una zona di piena leggibilità, dove la terziarizzazione non coincide con lo spegnimento ma con una diversa forma di energia.
Rosso La Fabriseria Vino da Tavola 1998
L’assaggio ricorda il sapore di una capsula del tempo. Qui il vino parla ormai con il lessico del sottobosco e della terra: fungo, humus, foglia secca, braci di caminetto, terra umida, erbe aromatiche secche. Più che descriverlo, viene voglia di sostare, perché in bottiglie così il vino smette di essere soltanto materia enologica e si fa archivio, traccia, memoria liquida di una fase del progetto in cui il nome, la categoria e la forma non erano ancora del tutto definiti.

Marne 180: l’Amarone dell’equilibrio
Se La Fabriseria è tensione, Marne 180 è equilibrio. Il progetto nasce come evoluzione stilistica e territoriale all’interno della filosofia della famiglia Tedeschi. Il nome Marne 180 viene introdotto con l’annata 2015, ma il vino esiste da molto prima. Inizialmente le uve provengono dalla zona classica della Valpolicella, mentre con l’acquisizione della tenuta di Maternigo la produzione incorpora progressivamente anche la Valpolicella orientale, mantenendo coerenza con lo stile aziendale ma ampliando l’interpretazione del vino. I vigneti si distribuiscono su suoli marnosi e collinari, con esposizioni ampie, e il vino nasce da un processo produttivo lungo e preciso: appassimento di circa quattro mesi, fermentazioni estese, affinamento di circa tre anni in botti di rovere di Slavonia. Il risultato è un Amarone che non punta solo sulla concentrazione, ma su un equilibrio tra dolcezza, freschezza e struttura. Un Amarone che non si chiude su sé stesso, ma si apre al dialogo con il cibo, anche in abbinamenti meno convenzionali.

Verticale Marne 180
Marne 180 Amarone della Valpolicella DOCG 2021
Emerge con chiarezza quanto il tema dell’acidità sia decisivo per leggere correttamente la cifra stilistica di casa Tedeschi. La 2021 mostra una ciliegia sotto spirito ben presente ma tenuta in equilibrio da una componente speziata ancora sullo sfondo e soprattutto da sbuffi agrumati e mentolati che alleggeriscono la massa aromatica. Poi arrivano vaniglia, cannella, cocco, erbe aromatiche, ma nulla sembra disposto per sedurre in modo facile o ridondante. In bocca, anzi, la sensazione più netta è proprio quella di un Amarone costruito per allungarsi: l’acidità è viva, l’intensità importante, la persistenza profonda, il tannino vellutato e perfettamente integrato. La bevibilità, parola spesso usata in modo generico, qui acquista un senso preciso: non indica leggerezza, ma capacità di continuare il sorso senza saturare.
Marne 180 Amarone della Valpolicella DOCG 2012
Il vino cambia passo e si fa più interno, più raccolto, quasi più signorile. Il naso appare più dolce e discreto, ma nel senso della piacevolezza composta, non della concessione zuccherina. C’è una bella sensazione tattile di morbidezza, accompagnata tuttavia da un’acidità spiccata che tiene il vino in tensione. Si riconoscono note di arancia sanguinella, macchia mediterranea e, soprattutto, un finale speziato molto elegante, nel quale emergono cardamomo, cumino, coriandolo, cioè spezie fresche e mobili, non calde né opprimenti. È un’interpretazione dell’Amarone che convince proprio perché riesce a mostrare morbidezza senza cedere alla pesantezza.

Amarone della Valpolicella DOC Classico 2007
Il 2007 si è rivelato un vino generoso, succoso, ricco di soddisfazione, attraversato dal pepe, da una sensazione quasi piccante, dalla ciliegia in gelée, dalla corteccia, dalla resina. Al palato appare pieno, largo, con quella generosità franca che appartiene alle annate riuscite e mature, ma non perde del tutto la propria tenuta.
Amarone della Valpolicella DOC Classico 2006
Il 2006, al contrario, ha mostrato un volto molto più austero e imperioso, quasi statuario, in cui incenso, sottobosco, foglie calpestate, braci di camino e sagrestia compongono un profilo più severo, più meditativo, meno seduttivo ma molto autorevole.
Recioto della Valpolicella Amarone DOC 1986
L’assaggio ha avuto un valore quasi paradigmatico, perché davanti a un vino di quarant’anni la prima tentazione è sempre quella di misurarne la sopravvivenza; qui invece bisognava parlare di vitalità. La sua acidità straordinaria, ancora intatta, costringeva a rimettere in ordine molte idee frettolose sull’evoluzione dei vini della Valpolicella e dimostrava che, quando il vino nasce su un asse di tensione, il tempo non lo consuma semplicemente, ma può perfino metterlo più a fuoco.

I vini rari: il tempo come materia
A rendere ancora più ricco il quadro sono arrivati, in chiusura, alcuni vini rari, quasi da archivio. La Fabriseria Amarone della Valpolicella DOCG 1995, prodotta in quantità minime, circa 1200-1300 bottiglie sulle ultime annate, ha offerto un profilo di grande fascino, in cui il naso speziato si intrecciava con la ciliegia sotto spirito, il cioccolatino, la frutta secca, il mallo di noce, la nocciola. La Fabriseria Recioto della Valpolicella Amarone DOC Classico 1988 si è mossa invece su toni molto più spigolosi e sorprendenti, con salsa di soia, glutammato, salinità, una tannicità più spiccata rispetto al 1995, note rocciose e quasi marine, fino a evocare colatura di alici, una vena salmastra e perfino una traccia di gomma vulcanizzata. Il Capitel Monte Olmi Recioto della Valpolicella Amarone DOC Classico 1983 è un grande cru storico la cui prima annata risale al 1964, ha chiuso il percorso con una materia ancora solida, una bella tannicità, cacao, caramello e crème brûlée, ricordando a tutti che il patrimonio di Tedeschi non si esaurisce nella contemporaneità ma si radica in una storia ben più lunga.

Alla fine della giornata, ciò che resta non è soltanto il ricordo di vini importanti, ma l’impressione nitida di una cantina che continua a ragionare in termini dinamici. La Fabriseria e Marne 180 non raccontano due etichette soltanto, ma due differenti modi di interpretare il rapporto fra territorio e stile. La prima insiste sulla tensione, sulla singolarità del cru, sulla possibilità che un Valpolicella non si limiti a essere “facile” ma diventi vino da attesa, da confronto, da lenta comprensione. Marne 180 lavora sull’equilibrio, sulla profondità senza rigidità, sulla tavola, sul fatto che un Amarone possa avere corpo, memoria e insieme freschezza, slancio, capacità di stare nel presente. In mezzo, a unire tutto, c’è il tempo, che per Tedeschi non è semplice invecchiamento ma criterio di verità. E forse è proprio questo il punto più convincente emerso nel corso dell’incontro: i vini non sono davvero finiti quando vengono imbottigliati, ma continuano a spiegarsi lungo gli anni, a volte addirittura contro le prime impressioni, e inducono chi li assaggia a fare la stessa cosa che ha fatto la famiglia nel produrli: tornare indietro, riascoltare, rimettere a fuoco.
