La Riserva Borgogno 1971 e i suoi conterranei di oggi
La prendo alla larga, quindi un po’ di pazienza. È difficile essere obiettivi – a meno di chiamarsi Nando Zeiss o Giuseppe Leica – quando si rivisitano i luoghi della propria infanzia. Lo hanno sperimentato in moltissimi: si torna nella vecchia aula delle elementari e ci si stupisce delle dimensioni dei banchi, che si ricordavano “normali” e si ritrovano in apparenza rimpiccioliti.
La via in cui si abitava, nei ricordi uno stradone bello largo, risulta poco più di un vicolo; al posto della panetteria all’angolo ora c’è un ristorante cinese (o un negozio di chincaglierie cinese, o un minimarket: sempre cinese).
La mia infanzia enoica sono state le Langhe. La seconda visita in una zona vinicola (la prima essendo stata in Valle di Aosta) è stata a La Morra, con tanto di corollario ineludibile della vista panoramica dalla famosa terrazza del borgo, dalle parti del 1988. La memoria dei vini bevuti all’epoca non regge a una ricognizione critica puntuale, dato che le variabili in gioco sono troppe e i ricordi, intesi come bottiglie bevute, relativamente pochi. Quindi non pretendo di dare valore universale e oggettivo alle considerazioni che seguono. Per completare il post mi basta che abbiano un valore particolare e soggettivo.
I vini erano in media piuttosto diversi da quelli di oggi. Meno alcol, tannini più duri e accigliati, meno dolcezza di frutto. Cose ampiamente risapute. Certo, alcuni tratti comuni tra il passato e il presente si possono facilmente ravvisare: i Barolo e Barbaresco di quel periodo erano vini rossi ottenuti dalla varietà di uva nebbiolo*, e anche oggi lo sono. Questo è un buon punto di partenza per sostenere che in zona ci sia continuità produttiva e stilistica.
Il vecchio e il nuovo
Dopodiché le analogie tra il vecchio e il nuovo tendono a sbiadire.
Di recente ho potuto accedere al fondo di una bottiglia del leggendario Barolo Riserva Borgogno 1971, un vino spettacolare che oltre mezzo secolo di età non ha minimamente intaccato: colore granato spento (unico elemento che denunciasse il tempo trascorso), profumi inebrianti e stordenti di qualunque sostanza odorosa presente al mondo, gusto ritmato, sapido/tannico/rinfrescante, interminabile scia di sapori. Vero, la Riserva Borgogno 1971 è un punto di riferimento inadatto, si tratta di un vero fuoriclasse e anche eccellenti vini di quella fase storica soffrono nel paragone, perché tropp’alto è il segno. Il tutto però declinato in un contesto estrattivo decisamente meno imponente rispetto ai vini nostri contemporanei. Il banco delle elementari langhetto era un bellissimo banco, riccamente istoriato, ma era un banco di dimensioni ridotte.

Al netto dell’intensità e della brillantezza assoluta di quell’esempio, molti rossi langaroli avevano un assetto gusto-aromatico significativamente diverso da quello dei loro discendenti.
Oggi, azzardando una sintesi, il frutto è nettamente più pieno, carnoso e maturo; e ci mancherebbe, con il clima sub-tropicale attuale. I tannini sono molto presto – anzi, da subito – molto più levigati e setosi. La gradazione alcolica, manco a dirlo, è più elevata (sempre ragionando nella media; anche in passato ovviamente Barolo e Barbaresco erano rubricati come rossi alcolici, ma nessuno a mia conoscenza arrivava a 16,5 gradi).
Si tratta insomma di vini molto più imponenti. Anche qui, fino allo sfinimento: nella media. Diversi vignaioli si tengono saggiamente alla lezione rinaldiana, cappellanica, bartolomascarelliana, e fanno nascere vini affusolati, non certo brutali nel peso, che tentano di vincere la gravità, di spiccare il volo.
Ahinoi, nella loro delicatezza di tratti, nella loro sapienza estrattiva, nella loro limpidezza del frutto, riescono appena a staccarsi da terra, tirati verso il basso da una zavorra alcolica ormai fuori controllo. Come galline che hanno disimparato a volare, cercano a saltelli di riprendere l’aria.
Uno spettacolo gustativo che stringe il cuore.
* Al netto di qualche volpe del deserto che aveva provato ad aggiungere vitigni “migliorativi” – id est cabernet e compagnia – uscendo dai disciplinari classici, tranne poi rientrarci ipocritamente qualche tempo dopo, fiutata l’aria commercialmente più redditizia del “ritorno alle origini”.
La foto di apertura è di Lucia Gherra su Unsplash.