La rivoluzione rigenerativa nel bicchiere: utopia o futuro del vino italiano?

Un’inchiesta di SevenFiftyDaily svela il crescente interesse per la viticoltura rigenerativa, tra sfide economiche, benefici per l’ambiente e il ruolo chiave dei consumatori. Dalla California alla Provenza, il vino del futuro si fa (anche) così. E l’Italia? si interroga. Tra sfide climatiche, opportunità di mercato e la necessità di una svolta culturale, il nostro Paese è pronto a cogliere la sfida della sostenibilità?
“Viticoltura rigenerativa: non più una semplice parola d’ordine”. L’articolo di SevenFiftyDaily parte da una constatazione: l’approccio agricolo che punta a rigenerare la salute del suolo, delle piante, degli animali e persino dell’uomo non è più una moda passeggera, ma una tendenza in crescita nel mondo del vino. Ma, come sottolinea l’articolo americano, perché questa pratica possa davvero fare la differenza, è necessario che venga adottata su larga scala. E se in California e in altre regioni del mondo si iniziano a vedere i primi esempi di grandi aziende convertite al “rigenerativo”, qual è la situazione in Italia?
L’articolo di SevenFiftyDaily cita esempi virtuosi come Bonterra Organic Estates, in California, un colosso da quasi due milioni di bottiglie l’anno, che ha certificato tutti i suoi 340 ettari come “Regenerative Organic Certified” (ROC). O come Domaine Mirabeau in Provenza e Familia Torres in Spagna, Cile e California, che stanno attivamente convertendo i loro vigneti.
E in Italia? Il nostro Paese, con la sua straordinaria ricchezza di terroir e tradizioni vitivinicole, non è certo rimasto a guardare. Anzi, diverse aziende hanno già intrapreso la strada della viticoltura rigenerativa, spesso spinti dalla consapevolezza che la sostenibilità non è solo un’esigenza etica, ma anche una leva di competitività.
Castello di Albola, nel cuore del Chianti Classico, è un esempio di questo impegno. L’azienda, certificata biologica, utilizza pratiche come il sovescio, la confusione sessuale per la gestione dei parassiti e concimazioni organiche. Anche Tenute Ruffino, altro nome storico del Chianti Classico, è impegnata nella viticoltura rigenerativa, con un’attenzione particolare alla gestione del suolo e alla biodiversità. San Felice Wine Estates, con tenute nel Chianti Classico, Montalcino e Bolgheri, adotta un approccio olistico che include la ricerca e la sperimentazione, con un programma di reimpianto dei vigneti e un progetto di conservazione della biodiversità delle viti chiamato Vitiarium. Senza dimenticare realtà più piccole ma altrettanto virtuose, come TASI, azienda vinicola certificata biologica che applica i principi dell’agricoltura rigenerativa.
Ma la strada verso una viticoltura rigenerativa diffusa in Italia è ancora lunga e presenta diverse sfide. I cambiamenti climatici, con eventi estremi sempre più frequenti (gelate tardive, siccità, grandinate), mettono a dura prova i vigneti. La gestione dell’inerbimento richiede attenzione per evitare la competizione con le viti, soprattutto in periodi di siccità. E, soprattutto, c’è bisogno di diffondere le conoscenze sulle pratiche rigenerative e di superare la resistenza al cambiamento di alcuni viticoltori.
Tuttavia, le opportunità sono enormi. La viticoltura rigenerativa può contribuire a ridurre l’impatto ambientale del settore, a preservare le risorse naturali e a migliorare la competitività delle aziende vinicole italiane, puntando su vini di alta qualità e su un’immagine di sostenibilità sempre più richiesta dai consumatori. Senza dimenticare la valorizzazione del territorio, la preservazione del paesaggio e della biodiversità. E la possibilita di accedere a nuovi mercati sensibili a questo approccio.
Un altro aspetto cruciale è il ritorno economico: si registra un aumento della resa e, al contempo, della qualità grazie ad una migliore gestione dell’acqua. Anche in Italia, sul lungo periodo, c’è la prospettiva di ridurre i costi di produzione, migliorare la qualità delle uve e aumentare, di conseguenza, i ricavi.
La ricerca si sta muovendo in questa direzione. Ad esempio il progetto LIFE VitiCaSe punta a sviluppare un modello di sostenibilità per il settore. Inoltre, l’utilizzo di vitigni resistenti alle malattie (PIWI) e l’applicazione di pratiche rigenerative alla viticoltura di montagna rappresentano ulteriori frontiere di sviluppo.
Il sostegno pubblico è fondamentale. In Italia esistono già diverse misure a sostegno della viticoltura (finanziamenti per la ristrutturazione e l’impianto di nuovi vigneti, per l’ammodernamento delle cantine, per l’innovazione, agevolazioni fiscali), anche se non specificamente dedicate alla viticoltura rigenerativa. Sarebbe auspicabile, come sottolineato anche nell’articolo originale, l’introduzione di politiche specifiche per incentivare queste pratiche e promuovere una svolta “verde” del settore vitivinicolo italiano.
La viticoltura rigenerativa non è solo una moda, ma una necessità e un’opportunità. Un percorso che richiede impegno, investimenti e un cambio di mentalità, ma che può portare a un futuro più sostenibile per il vino italiano, un futuro in cui qualità, ambiente e territorio vanno di pari passo.