L’inflazione delle stelle: perché su Vivino i voti salgono ma il vino resta uguale
Analizzando oltre cinque milioni di recensioni sulla piattaforma Vivino, due ricercatori hanno dimostrato che i punteggi numerici crescono inesorabilmente anno dopo anno senza un corrispettivo aumento della qualità descritta nei testi. Lo studio evidenzia una verità scomoda per il mondo della critica digitale: nemmeno gli utenti più esperti e seguiti riescono a sottrarsi a questa deriva, dimostrandosi spesso più generosi dei neofiti nonostante un linguaggio più tecnico.
Chiunque abbia mai usato un’app per scegliere una bottiglia in enoteca si è trovato davanti a un muro di quattro stelle e mezzo. Sembra che ormai non esistano più vini mediocri, ma solo eccellenze o incompresi capolavori. Non è solo una sensazione: è un fenomeno economico preciso che ora ha una conferma scientifica. Uno studio appena pubblicato sul Journal of Wine Economics da Rebecca Janssen e Matthew K. Ribar ha messo sotto la lente d’ingrandimento il gigante Vivino, analizzando una mole impressionante di dati — oltre 5 milioni di recensioni in lingua inglese tra il 2014 e il 2020 — per capire se ci stiamo tutti “bevendo” voti gonfiati.
Il cuore della ricerca risiede in un confronto ingegnoso: gli autori non si sono limitati a guardare le stelle assegnate (il voto numerico), ma hanno utilizzato sofisticati algoritmi di apprendimento automatico per “leggere” il testo delle recensioni e prevedere quale voto avrebbe dovuto logicamente corrispondere a quelle parole. Il risultato ha svelato quella che gli economisti chiamano reputation inflation, o inflazione della reputazione. Mentre il punteggio medio su Vivino è salito costantemente dal 3,67 del 2014 al 3,86 del 2020, la qualità percepita attraverso l’analisi testuale è rimasta piatta. In altre parole: continuiamo a descrivere il vino allo stesso modo, ma siamo diventati molto più generosi con i voti.
La parte più sorprendente dell’inchiesta riguarda però la figura dell’esperto. Si tende a pensare che l’utente navigato, quello con migliaia di follower e centinaia di assaggi alle spalle, sia un faro di oggettività in un mare di giudizi emotivi. I dati di Janssen e Ribar dicono il contrario. Certo, il linguaggio cambia: laddove il neofita usa termini vaghi come “morbido” (una parola passe-partout che vuol dire tutto e niente) o si concentra sul prezzo, l’esperto parla di “tannini”, “acidità” e “struttura”. Questa precisione lessicale rende i loro voti più prevedibili per gli algoritmi, confermando che sanno di cosa stanno parlando. Tuttavia, quando si tratta di assegnare il punteggio, la loro severità svanisce.
I numeri sono impietosi: l’inflazione dei voti è risultata addirittura superiore tra gli esperti (+0,20 punti nel periodo analizzato) rispetto ai non esperti (+0,15). Sembra che la pressione sociale o il desiderio di mantenere un certo status all’interno della community spingano anche i palati più raffinati verso l’alto della classifica, appiattendo la curva dei giudizi verso una positività talvolta ingiustificata. È la sindrome della “distribuzione a J”, dove la stragrande maggioranza dei voti si ammassa verso il massimo, rendendo di fatto inutile la scala di valutazione.
La lezione che portiamo a casa da questa analisi accademica è preziosa per il consumatore quotidiano: diffidate del numero secco. In un’economia digitale dove il “5 stelle” è diventata la valuta corrente per ogni interazione, dal taxi alla cena, il vero valore si nasconde ancora nelle parole. Se il voto numerico è vittima dell’inflazione, il testo della recensione — dove l’utente deve sforzarsi di descrivere l’esperienza — rimane l’ultimo baluardo di onestà intellettuale. La prossima volta che aprite Vivino, ignorate le stelle e leggete cosa c’è scritto: potreste scoprire che quel “4.5” è solo un “3” travestito da festa