Lo spumante inglese sotto la lente

“Resuscitating The English Patient”. È con questo titolo evocativo, e un po’ provocatorio, che John Atkinson, Master of Wine, apre la sua analisi sullo stato dell’industria spumantistica inglese, pubblicata su sul blog di Tim Atkin. Un’analisi lucida, a tratti impietosa, ma anche ricca di spunti e di speranza, che ci guida attraverso le difficoltà, le contraddizioni e le possibili vie d’uscita di un settore che, dopo anni di proclami e investimenti milionari, si trova oggi a un bivio cruciale.
Un passato ingombrante: l’ombra dello Champagne e gli errori strategici
Atkinson non usa mezzi termini: l’industria spumantistica inglese è in crisi d’identità. E per capire le ragioni di questa crisi, bisogna, secondo lui, partire dal passato. Un passato segnato da un’ambizione, forse eccessiva, di emulare lo Champagne, il modello inarrivabile per eccellenza.
L’articolo ripercorre le tappe di questo percorso, fin dai tempi dei Romani, la cui eredità vinicola in Britannia, ammette Atkinson, fu tutt’altro che memorabile. E anche i tentativi più recenti, come il progetto di Denbies Estate negli anni ’80, vengono descritti come segnati da scelte strategiche poco lungimiranti, come l’iniziale focalizzazione su vitigni e stili adatti a produrre vini simili al Liebfraumilch tedesco, ormai decisamente fuori moda quando i vigneti entrarono in piena produzione.
Anche Nyetimber, altro nome di spicco del settore, ha scelto, agli inizi, la strada dell’imitazione, puntando sul metodo classico e su una comunicazione che sottolineava la somiglianza tra il terroir inglese (il famoso “gesso”) e quello della Champagne.
Atkinson ricorda un episodio emblematico: una sua presentazione sullo Champagne, tenuta proprio nella regione francese, accolta con un’indifferenza che definisce “appena cortese”. Una reazione che, a suo dire, riflette un certo complesso di inferiorità, o forse una mal riposta fiducia in aspetti tecnici (clima, geologia) che, per quanto importanti, non bastano a spiegare il successo di un vino. Uno dei presenti, in quell’occasione, gli disse chiaro e tondo: “la gente beve Champagne perchè vuole fare sesso!“
Lo Champagne: non solo tecnica, ma un’icona di lusso e sensualità
E qui Atkinson tocca un punto cruciale. Lo Champagne non è solo un vino prodotto con un certo metodo e con certe uve. È molto di più: è un brand, un’icona globale di lusso, sensualità, savoir-faire francese. “Il 70% dello Champagne viene regalato”, sottolinea Atkinson. È un simbolo, un gesto, un’emozione. E le Grandes Marques – Veuve Clicquot, Moët & Chandon, Bollinger, e molte altre – sono marchi potentissimi, con una storia secolare e un’immagine costruita con cura nel corso dei decenni.
Competere su questo terreno, per i produttori di spumanti inglesi, si è rivelata un’impresa, se non impossibile, certamente estremamente ardua. “Anche le copie ben fatte raramente superano il vantaggio competitivo di chi è arrivato per primo“, afferma Atkinson, con una nota di amaro realismo. E propone una metafora efficace: perché un consumatore dovrebbe comprare una SEAT, quando può permettersi una VW?
Investimenti faraonici e la rivoluzione digitale: un’occasione mancata?
Un altro errore strategico, secondo l’analisi di Atkinson, è stato quello di puntare su investimenti eccessivi in capacità produttiva e distribuzione capillare, seguendo un modello che, forse, era già superato. L’idea era quella di creare grandi marchi di spumante inglese, capaci di competere con i colossi dello Champagne in termini di volumi. Ma l’avvento di internet, la rivoluzione digitale, hanno cambiato radicalmente le regole del gioco.
“Se sei eccezionale, il mercato verrà da te”, afferma Atkinson. Oggi, i consumatori più esigenti, quelli disposti a spendere per un prodotto di alta qualità, cercano l’esclusività, la nicchia, il vino artigianale e unico. E lo trovano online, grazie alla potenza dei motori di ricerca e dei social media, senza più la necessità che quel prodotto sia presente sugli scaffali di ogni supermercato o stazione di servizio.
La diagnosi del “paziente inglese”: un settore in affanno
Il quadro che emerge dall’analisi di Atkinson è quello di un settore in difficoltà. Molte aziende spumantistiche inglesi, anche di grandi dimensioni, sono oggi in vendita. Le scorte di vino invecchiato si accumulano nelle cantine, mentre i consumatori britannici, in gran parte, continuano a preferire lo Champagne, o a ripiegare su alternative più economiche.
La terapia: ridimensionamento, autenticità, enoturismo e storytelling
Ma Atkinson non si limita a una diagnosi impietosa. Da esperto del settore, suggerisce anche una possibile via d’uscita, una “cura” per questo “paziente inglese” che ha bisogno di ritrovare la sua strada.
Questa cura, secondo Atkinson, si basa su tre pilastri fondamentali:
Il primo è quello del ridimensionamento delle ambizioni. È necessario, a suo avviso, abbandonare definitivamente i sogni di grandezza e la pretesa di competere con i giganti dello Champagne sul loro stesso terreno. La strada giusta è quella di una produzione più contenuta, più artigianale, fortemente focalizzata sulla qualità e sull’espressione autentica del terroir inglese, che ha caratteristiche uniche e distintive.
Il secondo è quello della ricerca dell’autenticità. Basta con l’imitazione, più o meno riuscita, dello Champagne! È ora che l’industria spumantistica inglese trovi una propria identità, forte e riconoscibile, valorizzando la propria storia, il proprio territorio, le persone che, con passione e dedizione, producono questi vini. Atkinson cita, come esempi ispiratori, figure leggendarie come Madame Bollinger e la Vedova Clicquot, donne che hanno saputo incarnare lo spirito e l’anima dei loro marchi.
Il terzo è quello della scommessa sull’enoturismo. Le regioni vinicole inglesi, con i loro paesaggi pittoreschi e la loro crescente offerta di esperienze enogastronomiche di alta qualità, hanno un potenziale turistico enorme, ancora in gran parte inespresso. Offrire ai visitatori esperienze uniche, coinvolgenti, personalizzate, può essere la chiave per creare un legame diretto e duraturo con i consumatori e per valorizzare al meglio il marchio e i suoi prodotti. Atkinson cita, a questo proposito, l’esempio virtuoso di Tillingham Vineyard, un’azienda che ha saputo costruire un rapporto solido e autentico con la sua clientela proprio attraverso l’ospitalità e l’offerta di esperienze memorabili.
Un futuro incerto, ma con la speranza di una nuova primavera Atkinson invita a visitare i vigneti e le cantine, per scoprire o riscoprire un prodotto e un mondo. Il futuro dello spumante inglese, conclude Atkinson, è senza dubbio incerto. Ma le potenzialità ci sono, e sono notevoli. La sfida, per i produttori, sarà quella di abbandonare definitivamente i modelli superati e abbracciare una nuova filosofia, più autentica, più sostenibile, più legata al territorio. Solo così, forse, il “paziente inglese” potrà finalmente guarire e trovare, con orgoglio, la sua strada nel panorama vinicolo mondiale.