Luigi Moio, l’enologo di se stesso
A Mirabella Eclano su una piccola collina c’è una casa che si scorge da lontano. Il suo colore è giallo, un giallo tenue e sui lati scorrono immagini dipinte di tralci d’uva colorati. Quella casa ha una torre che si affaccia sulle vigne e una cantina fatta di mattoni cotti al sole. Sembra semplicemente una casa di campagna anche se elegante e raffinata. In realtà tra le sue mura è racchiuso un sogno, una visione: il suo nome è Quintodecimo.
Arrivata lì, ho avuto l’impressione che il mondo si fosse fermato. Pace e tranquillità regnavano sovrani. Entrata nel piazzale mi vien subito voglia di camminare tra le vigne, quelle che danno sulla valle.
Filari ordinati con grappoli ancora non maturi, come è naturale ad inizio luglio. Grappoli pieni, rigogliosi e belli. “E’ Aglianico”. Mi è arrivato alle spalle senza che me ne accorgessi, tanto ero persa nei miei pensieri. Così Luigi Moio mi ha accolto sorridente e tranquillo indicandomi la strada all’interno della casa.
Varcata la soglia saliamo al piano superiore e Luigi mi fa entrare nel suo mondo: il suo studio. Innumerevoli volumi disposti in ordine nelle librerie che arrivano fino al soffitto e altri sparsi dovunque: sui tavoli, sulla scrivania, anche per terra ma in pile ben ordinate. Libri di qualunque materia, dalla fisica alla matematica, dall’enologia alla filosofia. Un piacere per gli occhi! C’è un ordine nell’apparente caos che regna in quella stanza che solo una mente razionale può aver creato.
Mi accomodo in poltrona e comincio con le domande.

Enologo e proprietario della cantina campana Quintodecimo, scrittore, divulgatore, accademico dei Georgofili e dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino oltre che Professore di Enologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e membro del Consiglio Scientifico della Scuola di Dottorato in Scienze Agrarie e Agroalimentari della medesima Università. Allo stesso tempo vicepresidente (è stato Presidente fino ad inizio di quest’anno) dell’OIV (Organizzazione Internazionale del Vino e della Vigna) e membro del comitato scientifico e tecnico della stessa organizzazione: questo è quello che si legge di Lei sul web.
Ma chi è in realtà Luigi Moio?
Innanzitutto una persona che ha respirato “il profumo del vino” sin dalla nascita: la mia famiglia lo produce da cinque generazioni. Mio padre è stato colui che per primo ha imbottigliato il vino proveniente dall’Ager Falernus, l’areale di Mondragone, riproponendo negli anni ‘50 una versione moderna del grande Falerno, quel vino tanto caro ai romani. Probabilmente il primo cru della storia. Ricordo che in famiglia gli argomenti principali erano due: il vino e il Napoli (squadra di calcio), le due passioni che sono arrivate a me.
Ma sono anche uno studioso, curioso e appassionato. Sin dalle elementari ho manifestato una naturale inclinazione per lo studio, accompagnata da una grande curiosità e tanta voglia di sapere. In particolare amavo la matematica, la fisica e tutte le materie scientifiche. Ma papà che era un enologo “autodidatta” voleva un figlio che lo fosse davvero. Lo voleva così tanto che fu lui, insieme a mia madre, ad accompagnarmi alla Scuola enologica di Avellino, il cui ciclo è di sei anni. Avevo solo tredici anni quando lasciai Mondragone e da quel momento è cominciato il mio girovagare. Ricordo ancora un sogno fatto in quegli anni. All’improvviso adulto mi resi conto di essere diventato medico: oculista. La prima cosa che pensai: “E ora? Chi glielo dice a papà?”.
A diciannove anni, andato via da Avellino con in tasca il diploma di enotecnico, mi sono iscritto all’università di Agraria a Portici. In quelle aule la mia sete di conoscenza aumentava sempre più, così cominciai la mia carriera universitaria in Scienze Agrarie. Vinsi una borsa di studio e portai avanti un dottorato di ricerca in Tecnologia degli Alimenti nel cui ambito decisi di studiare gli aromi. Non mi interessava molto il vino in quel periodo. Mi ha sempre affascinato tutto ciò che è attivo sensorialmente e quindi le molecole che percepiamo durante la degustazione, come si producono e come si trasformano da non volatili a volatili. In un convegno conobbi il direttore del laboratorio di ricerca sugli aromi dell’Istitut National de la Recherche Agronomique di Digione e gli chiesi se potevo completare il mio dottorato presso il centro di ricerca da lui diretto. Era il 1991 quando sono partito in direzione della Borgogna.
Proprio a Digione mi sono immerso con tanta voglia e determinazione sempre più nello studio degli aromi fino a che un giorno lo stesso direttore, ormai diventato amico, mi ha fatto alzare dalla scrivania e mi ha detto: “Vieni con me”. Così ho cominciato a visitare le vigne della Borgogna, in particolare quelle della Cote d’Or. Da quel giorno le ho visitate tutte. Appena potevo ci andavo. Io, che ero nato nel vino, scopro il vino in Borgogna. Scopro il legame dei vitigni col territorio e soprattutto entro in connessione con il concetto di terroir: esposizione, pendenza, altitudine ma anche suolo, microclima e soprattutto l’uomo che coordina il tutto. Vado su e giù per la Cote d’Or e capisco, con l’aiuto dei produttori, come ogni vino si differenzia da un altro a seconda finanche del filare di origine. Scopro il concetto di climat.
Scoprii che la Borgogna era un protocollo sperimentale naturale in cui ogni vino è lo specchio del suo vigneto. Un modello naturale unico di diversità viticola e, forse, la più alta dimostrazione che il vino è un modello di diversità correlato alla pianta, al suolo e al clima. L’esempio didattico che più mi colpì fu il binomio Volnay/Pommard. I due piccoli villaggi della Côte de Beaune sono distanti poco più di un km, molto ma i vini sono completamente diversi. Volnay è caratterizzato da un colore chiaro, tannini appena percettibili e profumi di piccoli frutti rossi di grande eleganza e raffinatezza. I Pommard sono più tannici e corposi, con una notevole concentrazione e una struttura che sembra quasi “guardare” a Bordeaux.
Un modello di unicità straordinario. Tante vigne, tanti vini diversi in un mondo che si omologa sempre di più. Naturalmente questo dà valore al vino solo se non ci sono difetti. I difetti sono omologanti. Così dagli studi degli aromi in generale passo a studiare quelli particolari del vino e, nello specifico, gli aromi del Pinot Nero e dello Chardonnay e identifico le molecole maggiormente coinvolte nell’aroma dei due vini. Questo lavoro sarà l’oggetto dell’articolo pubblicato nel 1995 su American Journal of Enology.
In quegli anni e in quel luogo ho acquisito le tecniche più avanzate per studiare l’aroma del vino. E la tecnica lì utilizzata era la combinazione dell’analisi strumentale con quella sensoriale, cioè l’olfattometria. Questa tecnica è arrivata poi in Italia insieme a me.
Così, tornato alla mia università, metto su il laboratorio degli aromi, come promesso prima di partire. A questo punto per molti anni mi sono dedicato allo studio soprattutto delle varietà autoctone campane e italiane in generale con l’obiettivo di capire i meccanismi biochimici legati alla biogenesi delle molecole sensorialmente attive per comprendere come far esprimere al massimo il loro carattere varietale. In particolare in quei vini in cui il carattere varietale non è molto evidente ossia le varietà cosiddette ad aroma semplice.
Quindi, alla tua domanda iniziale “Chi è in realtà Luigi Moio?” la risposta di sintesi non può che essere questa: “Un ricercatore, una persona curiosa, un docente universitario che rimane ogni volta sempre più affascinato dalla parte scientifica del suo lavoro. Ma Luigi è soprattutto un uomo il cui primo ricordo olfattivo riguarda il vino e che proprio del vino ha seguito la strada indicata dal padre facendola sua”.

Una esperienza lunghissima all’OIV. (Organisation Internationale de la Vigne et du Vin). Nel 2021 fino a qualche mese fa, Lei ne è stato Presidente, il terzo italiano a ricoprire questa carica. E proprio durante la Sua presidenza si è festeggiato il centenario e solo un anno prima l’Organizzazione ha trasferito la sua sede a Digione, dove tutto è cominciato. Sembra che alla fine tutto torni…
Partecipo alle riunioni scientifiche dell’OIV da 25 anni come esperto scientifico del Ministero dell’Agricoltura Italiano. Ho ricoperto vari ruoli finché nel 2021 sono stato eletto Presidente dell’Organizzazione dai cinquanta paesi membri. Sono stato il terzo Presidente italiano dopo il professor Garoglio ed il professor Fregoni. Basti pensare che io da adolescente ho studiato sui loro testi per poi dopo qualche decennio dopo ricoprire il loro stesso incarico. Un motivo di grande orgoglio per me e per i miei tanti anni di studio.
L’OIV nasce a Parigi il 29 novembre 1924 e la sua sede è rimasta lì fino al 2023. Durante la mia presidenza, è passata a Digione, la città dove ho trascorso molti anni studiando. Come Presidente del centenario ho avviato il progetto del vino del centenario, con la produzione di una bottiglia (Cuvée du Centenaire) ottenuta da grappoli di Pinot Noir di una vigna di Arbois, poco distante dalla vigna dalla quale Pasteur prelevò i grappoli per i suoi studi sui lieviti. La Cuvée du Centenaire rimarrà nella storia mondiale del vino. Il millesimo è il 2022 che, tra l’altro, coincide con i 200 anni dalla nascita di Pasteur. Sembra davvero che tutto torni…
E poi, ad un certo punto, c’è stata l’esigenza di fare vino. Come nasce Quintodecimo e cosa rappresenta per Lei?
Tornato a Portici nel 1994 mi dedico a mettere su il primo laboratorio in tutta Italia in cui si utilizzavano tecniche combinate di analisi strumentale e sensoriali (gas-cromatografia/olfattometria). I compagni di scuola e di università, che nel frattempo avevano cominciato a produrre vino durante il boom che si stava sviluppando in quegli anni, a cui io ero noto come “lo studioso”, iniziano a chiedermi consigli relativamente ai processi produttivi. Cominciai a dare consigli a diverse aziende nate in quegli anni. Ciò mi aiutava anche con la parte accademica sia per fare ricerca applicata su scala quasi reale sia anche per inviare studenti e fare tirocini pratici in aziende.
Ad un certo punto, però, è scattato qualcosa. Ho sentito l’esigenza di chiudere il cerchio. Quel sogno, quel desiderio, è tornato. Volevo anche fare quello che raccontavo nelle aule universitarie.
Ma tutto ciò non era facile. Le cose fondamentali c’erano: idee chiare, solidissime basi scientifiche e tanto entusiasmo. Ma per creare vino c’era bisogno di una azienda e per fare una azienda avevo bisogno di qualcuno che se ne occupasse con me (io ero sempre in giro tra università e il resto degli impegni istituzionali), che condividesse il sogno e avesse adeguate conoscenze del settore. In ciò è stata fondamentale mia moglie, Laura, che mi ha accompagnato in questa avventura. Dopo aver fatto un dottorato in enologia in Francia, ha deciso di trasferirsi con me in campagna. Noi che vivevamo in città, a Napoli.
Anche trovare il luogo adatto non è stato un caso. I proprietari vivevano in America e avevano dato il compito ad una persona del luogo di vendere il loro casale. Io avevo girato l’Irpinia in lungo e largo per trovare il luogo adatto e avevo anche cominciato una trattativa ma ad un tratto si sono tirati indietro così mi sono detto “andrò direttamente io in giro a chiedere”. Dove? Nei bar dei paesi. Alle persone anziane dei luoghi. Avevo già in mente come avrei voluto la dimora della mia famiglia e delle vigne e lo dicevo a tutti proprio per capire se davvero esisteva il luogo che sognavo, finché un giorno una persona anziana mi fa: “Stai descrivendo esattamente un posto che conosco”. Appena visto ho capito. Era come se lo avessi sognato. Perfetto.
Ma i problemi non finivano lì. Il luogo c’era ed anche chi se poteva occupare. Ma poi? Nessuno di noi era capace di vendere un prodotto spiegandolo nel modo giusto al mercato. Ma la sorte continuava a sorridermi. Proprio in quei giorni ero ad una degustazione di Aglianico in una cantina del Vulture. Eravamo in quattro. Dovevo dare il mio parere ma dopo aver assaggiato, avvicinai il mio calice all’uomo che mi stava accanto e che non conoscevo (era prima del COVID e si poteva fare!) e gli chiesi cosa ne pensasse. Lui in poche parole ha espresso esattamente quello che pensavo io. Ricordo così il mio primo incontro con Pietro Pellegrini, il distributore nazionale dei vini che stavo degustando. Cominciammo a parlare e ci trovammo subito in sintonia. Gli raccontai dei miei viaggi, della mia idea di azienda, della Francia e vedevo che lui mi capiva perfettamente. Allora gli chiesi “Hai una azienda campana nel tuo catalogo?” Lui rispose di no e così azzardai: “Mi aspetti quattro o cinque anni? Farò una azienda e produrrò il vino che entrambi abbiamo in mente”. Lui mi ha aspettato.
Quindi Laura, io, il sogno, Pietro… e partiamo spediti per realizzare Quintodecimo che per me rappresenta la libertà assoluta, senza alcun condizionamento potendo mettere in opera tutte le mie conoscenze accumulate in tanti anni di studi e ricerca scientifica.
Ma Quintodecimo è per me anche un atto d’amore verso la Campania perché volevo realizzare proprio nella mia amata regione di origine una azienda giusta come dimensioni (oggi Quintodecimo ha 36 ettari di proprietà tra Lapio, Tufo e Mirabella Eclano) per coltivare direttamente le nostre uve dalle quali ottenere vini di altissima qualità con una forte identità varietale e territoriale.

Perché in Irpinia?
Per il clima, per i suoli e per le tipologie di vitigni che crescono qui.
Qui in Irpinia ci troviamo sulla dorsale appenninica, che forma un cerchio partendo dalla Liguria e arrivando in Sicilia. Tutte le perturbazioni che partono dall’Atlantico vengono accolte da questa catena montuosa restituendo acqua alla terra. Tanto è vero che la zona più piovosa d’Italia è proprio la Liguria che è il luogo in cui la catena appenninica è più arcuata, poi l’Abruzzo, l’Irpinia e l’Aspromonte. Quindi l’Irpinia è una delle zone in cui c’è una buona disponibilità idrica. A Mirabella Eclano dove coltiviamo Aglianico e Falanghina siamo a 420 mt slm, le vigne di Lapio (il Fiano in località Arianiello) sono a 600 mt slm e quelle di Tufo a 550 mt slm. Quindi disponibilità idrica acqua e una notevole escursione termica, fondamentale per l’uva.
In più qui ci sono suoli prevalentemente argillosi che trattengono acqua in profondità e, come si dice da queste parti, con l’argilla che “allatta la pianta” anche in periodi di siccità.
Inoltre Mirabella Eclano era perfetta non solo per le sue dolci colline ma anche per il mio muovermi di continuo, volevo un luogo facilmente accessibile e vicino agli snodi autostradali.
Infine per me, come dico spesso, il vino di grande qualità è un atto agricolo e deve essere fatto da uve che stanno in perfetta sintonia nel contesto pedoclimatico in cui vegetano. Questo significa dare un’alta considerazione al concetto di vocazionalità, soprattutto ora, in considerazione del cambiamento climatico. Qui, in Irpinia, ci sono tre varietà, da me molto amate, perfettamente adatte a questo contesto e che danno vita a grandi vini. A queste si è aggiunta, negli ultimi decenni, anche la Falanghina che sta dando risultati straordinari.
Guardando i filari davanti casa ho notato un ordine quasi maniacale della loro disposizione. Poi ad un certo punto quasi per caso il mio sguardo è stato rapito da un vigneto al centro della valle. Un vigneto a forma di spirale, che pur non seguendo la predisposizione degli altri, stranamente, non infastidisce lo sguardo, anzi, sembra che dia dinamicità e armonia a tutto il resto. Me ne può parlare?
Tutto è matematica perché tutto si riduce a una spiegazione logica. Dal mio punto di vista, il modo più elegante che esiste per poter controllare un fenomeno per poi spiegarlo è farlo con l’aiuto della logica.
Quella che hai visto al centro della valle è “la vigna aurea”, creata nel 2020 seguendo la successione di Fibonacci.
Sono stato sempre affascinato dalla bellezza, credo di essere un esteta. Amo la bellezza della natura e la sobrietà del bello. Per me anche un grande vino non è semplicemente buono, ma è bello.
La natura è ricca di misteri e armonie nascoste in grado di catturare l’attenzione dell’uomo e ispirare meraviglia. La spirale aurea è uno degli innumerevoli esempi della perfezione della natura, un motivo geometrico che riguarda diversi organismi, animali, piante e persino il cielo, ripetendosi in tutto il creato. Conosciuta anche come spirale logaritmica, essa si basa su una sequenza matematica chiamata serie di Fibonacci, in cui ogni numero successivo è la somma dei due precedenti (1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, e così via). Questa sequenza tende a un rapporto noto come proporzione aurea, rappresentato dal numero φ (phi), circa 1,618. Quando si disegna una serie di quadrati basati su questi numeri e si traccia una curva arcuata che attraversa gli angoli opposti di ciascun quadrato, si ottiene la spirale aurea.
La spirale aurea è anche un simbolo di crescita e di rinascita. Anche la vigna ogni anno passa attraverso un ciclo di cambiamenti. Un ciclo di rinascita costante. Così come la spirale aurea si espande all’infinito mantenendo sempre la stessa proporzione, la vigna si rigenera continuamente pur subendo cambiamenti. In questo modo, la spirale aurea in natura è testimonianza della ciclicità della vita, della sua costante trasformazione e della sua rinascita, esattamente come la vigna anch’essa simbolo di vita. Per questo a Quintodecimo ho voluto rendere omaggio alla spirale aurea e alla perfezione della natura dedicando ad esse una piccola vigna, al centro di un anfiteatro di vigne, ispirata alla successione di Fibonacci. Una sorta di collegamento tra il pensiero razionale e la natura che ci circonda.
Ma questa vigna ha anche un obiettivo pratico sia sperimentale che di sostenibilità.
In pratica è un vero e proprio “modello sperimentale” utile per valutare alcune variabili agronomiche. Per esempio, l’effetto dell’esposizione al sole delle piante che varia continuamente lungo le spirali man mano che si entra verso il centro del vortice replicandosi quattro volte, per ciascuna varietà, in modo compensativo; e la densità delle piante che varia leggermente lungo le spirali.
Ma a parte gli aspetti di ricerca scientifica è anche un progetto di sostenibilità ambientale e di contenimento dell’erosione idrica del suolo. La vigna, come ho già detto, si trova al centro di un anfiteatro di vigne con una pendenza che varia tra il 15 ed il 25%, con i filari a rittochino tutti orientati verso il vortice creato dalle sedici spirali.
Le spirali della vigna aurea svolgono fondamentalmente due funzioni: a) costituiscono una sorta di micro-barriere multiple che moderano il ruscellamento dell’acqua piovana che scorre lungo i filari delle vigne dell’anfiteatro; b) svolgono una funzione di canalizzazione dell’acqua piovana verso il centro del vortice dove viene raccolta e, attraverso un drenaggio, giunge in una grande vasca per poi essere riutilizzata.
Da questa vigna verranno fuori 233 bottiglie da ciascun dei 4 vitigni, in modo da realizzare 233 casse da 4 bottiglie ciascuna che serviranno per finanziare, attraverso l’attività di una Fondazione, una borsa di studio da destinare alla ricerca scientifica. Le casse saranno messe in vendita ogni anno durante un evento culturale che promuove la bellezza della natura. Perché il vino è anche questo, bellezza assoluta e condivisione. Il vino è un formidabile vettore di cultura e sorseggiarlo, abbinandolo al cibo, è un atto culturale.

Il vino (non Suo) da cui è stato rapito.
Nessuno in particolare. I vini da cui sono rapito ogni volta sono quelli in cui c’è la perfetta corrispondenza al grappolo d’uva di origine. Bianchi e rossi sono uguali se fatti bene. Forse il rosso è più completo e complesso ma la cosa più importante per me è che il vino sia fatto rispecchiando perfettamente il suo terroir.
Il vino, essendo mono-ingrediente (serve solo un grappolo d’uva), deve essere prodotto da grappoli d’uva in cui tutti i componenti (zuccheri, acidi, polifenoli, proteine, polisaccaridi…) devono essere in equilibrio. Se si realizza ciò, il lavoro in cantina è un lavoro di assistenza e di guida del processo di trasformazione.
Ed è proprio quello che si fa qui a Quintodecimo. La vigna viene coltivata in modo da avere un grappolo d’uva con i componenti chimici e biochimici in perfetto equilibrio, il quale darà un mosto bilanciato che a sua volta ci darà un vino perfettamente armonico. Il vino che amo fare deve esprimere al massimo il concetto di terroir, con l’intervento dell’uomo che si limita a decidere cosa piantare, come piantare e come curare la vigna. Il resto è Natura.
“Il respiro del vino”. Come è nato questo libro? Cosa voleva raccontare?
Questo libro nasce perché il problema di noi ricercatori è che spesso i nostri lavori scientifici vengono letti prevalentemente all’interno della comunità scientifica stessa. Gli articoli scientifici che scriviamo ce li leggiamo tra noi. Quindi le conoscenze scientifiche sono confinate negli ambiti degli addetti ai lavori.
Ad un certo punto della mia carriera accademica ho sentito l’esigenza di divulgare le conoscenze che la comunità scientifica internazionale ha prodotto sul profumo del vino. Volevo fare una corretta e rigorosa divulgazione scientifica su un argomento che penso sia tra i più affascinanti del vino: il suo aroma, l’aspetto sensoriale, le molecole sensorialmente attive. Un saggio scientifico che ha avuto un grande successo perché scritto in modo semplice.
Dal titolo del Suo libro la parola “respiro” rende il vino simile ad un essere umano. Cosa ha rappresentato il vino nella storia e cosa è per Lei?
Il vino, rispetto a tante altre bevande, è vivo perché è il risultato della fermentazione alcolica, perché prodotto da organismi viventi e continua a vivere e ad evolvere tanto è vero che i grandi vini migliorano con gli anni. Il vino è vita!
Ho usato la parola “respiro” sia perché volevo indicare la vitalità del vino, sia perché enfatizza maggiormente l’aspetto legato ai profumi e quindi agli odori e agli aromi, perché è attraverso il respiro che le molecole volatili raggiungono il nostro epitelio olfattivo.

Ormai in tutta Italia si stanno diffondendo enoteche specializzate in vini PIWI. In cosa si differenziano dai vini tradizionali? Rappresentano realmente il futuro della viticoltura?
I PIWI sono dei vitigni che geneticamente sono stati rinforzati per difendersi da alcune malattie. È una buona strategia per poter coltivare in futuro con una agricoltura meno impattante e sempre meno interventi in vigna dal punto di vista della difesa fitosanitaria.
Che sia la strada definitiva non mi sento di dirlo adesso. Anche perché bisogna vedere come queste varietà rispondono nei diversi areali. E se poi questa resistenza la mantengono… però è una delle strade corrette da intraprendere se si desidera ridurre gli interventi di difesa fitosanitaria.
Negli ultimi anni sta cambiando il modo di bere vino, non solo da parte dei giovani. In particolare mi riferisco ai vini dealcolati ormai sempre più richiesti. Fenomeno passeggero o nuova direzione di mercato?
Come enologo non ho un interesse scientifico. Si parte dal vino per togliere l’alcol fino ad eliminarlo quasi del tutto. Ma poi mancano i profumi, manca il legame con la vigna di origine, manca la relazione con il terroir. Non è più un processo enologico naturale ma di pura tecnologia alimentare. Va bene per chi non può bere a causa di malattie o altro e non vuole rinunciare al bicchiere di vino, ma non lo vedo assolutamente come futuro. Il futuro del vino, secondo me, deve essere così come lo abbiamo sempre conosciuto, non può che essere che questo: se diventa un’altra cosa non è più vino.
L’eterna nemica che continuiamo a guardare cosa fa, un po’ per emularla un po’ per differenziarci e avere una nostra identità: la Francia. Se fosse una gara oggi chi vincerebbe e perché?
Non sono d’accordo col termine “nemica” direi più “cugina”. I Francesi hanno dalla loro parte una storia molto forte, soprattutto legata alle zone in cui nascono quelli che è possibile definire “vini guida”: Bordeaux, Borgogna, Alsazia, Champagne… La Francia è stata importante nel far appassionare al vino il mondo intero. Io credo che noi italiani (come anche gli spagnoli) dobbiamo essere grati ai francesi perché ci hanno trainato nella loro corsa.
Noi, in più rispetto a loro, abbiamo una cosa: il numero di vitigni, soprattutto autoctoni. La piattaforma ampelografica francese poggia su poche varietà, mentre quella italiana è molto più ampia. Ogni regione ha i suoi vitigni e quasi tutti a ciclo lungo e perfettamente adatti ai diversi areali di produzione, quindi, se penso al futuro e al potenziale enologico italiano, il nostro Paese è messo meglio oggi soprattutto alla luce del cambiamento climatico. Naturalmente, bisogna lavorare seriamente, con competenza, rigore e correttezza, per fare esprimere all’Italia tutto il suo, unico, straordinario e poliedrico potenziale qualitativo. Tra l’altro un altro vantaggio dell’Italia è la continua ricerca di nuovi vini varietali da parte dei consumatori di vino a livello mondiale.
Immaginiamo di tornare indietro nel tempo, alla stazione di Digione nella mattina del 5 ottobre 1991. Cosa direbbe con la maturità e la consapevolezza di oggi al Luigi Moio di allora?
Se tornassi indietro nel tempo e vedessi me stesso in quella stazione gli sorriderei dicendo:
“So perfettamente cosa stai provando in questo momento. L’ho provato anche io tanti anni fa. Non temere. Io vedo davanti a me un uomo determinato che ha la grande fortuna di essere un sognatore. Non rinunciare mai a rincorrere tuoi sogni, anche perché non esistono sogni impossibili, ma solo perseveranza, forza di volontà e determinazione”.
Io penso che realizzare un sogno è possibile. Innanzitutto bisogna sapere come fare, ma non basta. E soprattutto non serve solo avere mezzi e risorse, è invece necessario che il sogno stia nel cuore e possa arricchire di significato la nostra vita. Noi siamo una massa di atomi composti prevalentemente da idrogeno, ossigeno carbonio e azoto, e un giorno torneremo tutti atomi di nuovo. Quindi la vita che senso ha senza sogni?
