Maculan, sei bottiglie iconiche per ripercorrere 50 vendemmie
Un narratore pressoché inarrestabile, con una capacità quasi sterminata di pescare dal cesto dei suoi ricordi un’infinità di aneddoti e la descrizione minuziosa di viaggi intrapresi insieme a personaggi che hanno ricoperto un ruolo centrale nella storia del vino italiano.
È tutto questo Fausto Maculan, classe 1950, ma è soprattutto tra coloro che a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta hanno dato un impulso decisivo alla rinascita di un intero settore. Dal temperamento vulcanico e con un accento inconfondibile, ha una solida competenza tecnica nata sui banchi della scuola di Conegliano nel 1970 e poi affinatasi direttamente nell’azienda di famiglia. La verve commerciale non manca, tanto che lo ha portato a girare il mondo partendo da uno sconosciuto distretto vitivinicolo come quello di Breganze, in provincia di Vicenza, nobilitando il vino italiano con etichette che sono entrate di diritto a far parte del Gotha dell’enologia tricolore.

L’etichetta celebrativa per le 50 vendemmie
Il pretesto per trascorrere qualche ora insieme a lui è stata la presentazione di una nuova etichetta celebrativa a tiratura limitata, nata con l’intento di creare qualcosa di irreplicabile, una sorta di gioco, ma dal valore simbolico. “Una storia lunga 50 vendemmie” è, infatti, il nome del vino nato in occasione dei festeggiamenti per il mezzo secolo di vendemmie di Fausto Maculan che si sono svolti il 13 giugno del 2023. Quel giorno, il contenuto di 300 bottiglie prelevate dalla riserva storica della cantina, a cavallo tra gli anni Settanta e i giorni nostri, che contempla un po’ tutti vini realizzati da Maculan, anche quelli oggi non più prodotti, è stato versato dai 150 ospiti della festa in un’unica barrique. Ne è nato un assemblaggio forse mai visto prima in questi termini, che dopo un ulteriore affinamento di 18 mesi ora è stato imbottigliato nuovamente e verrà venduto su prenotazione.

Sei storie liquide per ripercorre incontri, innovazioni e suggestioni
“Si va avanti per gradi, non per salti” afferma Fausto Maculan nel presentare la degustazione di sei vini, rappresentanti di altrettante decadi, un bel modo per raccontare una storia partita a fine Ottocento con Gaetano, il nonno, proprietario di un’osteria a Breganze e dotato di una licenza per il commercio dei vini; proseguita con Giovanni, il padre, prima da solo e poi con gli zii Giuseppe e Antonio, che cominciarono a spillare vino dalle damigiane e a vendere bottiglioni; e infine decollata con lui. Oggi ci sono Angela e Maria Vittoria, le figlie, la prima responsabile commerciale, la seconda in vigna e in cantina, a portare avanti una storia ricca di innovazioni, spesso dirompenti per l’epoca.

Chardonnay Ferrata 2023
“Ferrata”, nome che deriva da un’omonima strada che si trova vicino a un vigneto e sulla quale un tempo passava una ferrovia di collegamento con il fronte della Prima Guerra Mondiale, è l’incipit scelto da Fausto Maculan per cominciare a raccontare qualcosa della sua lunga vicenda. “All’epoca mi diedero del folle: 10 mila piante per ettaro a 35 centimetri di altezza da terra non l’aveva mai fatto nessuno”. Su questo terreno tufaceo venne sperimentata, nel 1985, una nuova viticoltura, in un’epoca nella quale da queste parti “faceva freddo e venivano buone 3 annate su 10”. Dopo un viaggio in Borgogna dove si era portato il metro per calcolare la lunghezza tra una vite e l’altra, decide di impiantare una sorta di vigneto bonsai per cercare di ottenere un’uva super matura e perfetta. L’innovazione non ha mai spaventato Fausto e ora nemmeno la figlia Maria Vittoria, che sottolinea come da anni stiano sperimentando, ad esempio, anche alcune varietà PIWI. Oggi, questo Chardonnay è ormai un vino storico dell’azienda che ben rappresenta la volontà di far emergere il lato più ricco e suadente di questa nobile varietà: fermenta in barrique francesi nuove di Allier e qui sosta sui lieviti per cinque mesi dopo un passaggio conclusivo in bottiglia di un anno. Burroso, con sfumature di cioccolato bianco e vaniglia, ha un sorso sostenuto da una buona acidità, con un finale tostato e molto morbido.
Cabernet Sauvignon Palazzotto 1987
L’amore e il fascino per tutto ciò che proviene e vien fatto in Francia era magnetico in gioventù, e non poteva essere altrimenti, e lo è anche tuttora. “Con Eddy Furlan, Miglior Sommelier d’Italia nel 1980, ed Ercole Brovelli, importatore e distributore di Milano, andammo a VinExpo di Bordeaux nel 1981. Il nostro obiettivo era parlare con Émile Peynaud, che presentava l’annata precedente” ricorda Maculan. Obiettivo centrato e tanti i consigli che l’intraprendente Fausto si porta a casa e che risulteranno utili su tutti i fronti, a partire dal giusto approccio che bisognava avere con una varietà come il Cabernet Sauvignon. È un vino sottile, con una trama tannica carazzevole e ancora vibrante questo Palazzotto di quasi 40 anni fa: le sfumature piraziniche sono ancora evidenti, così come quelle che ricordano il bastoncino di liquirizia. Oggi matura per un anno in barrique sia nuove che di secondo passaggio, e rappresenta un’ottima carta di identità dell’approccio aziendale a questa varietà bordolese.
Fratta 2006
“Il lavoro di assemblaggio è fondamentale: mai unire i vini prima che abbiano finito la maturazione in barrique, bisogna decidere all’ultimo momento”. È una regola ferrea per Fausto Maculan, che proprio in quel viaggio a Bordeaux fece assaggiare una delle prime bottiglie di Fratta al “padre dell’enologia moderna” comprendendo che doveva raddoppiare i tempi di macerazione e la sosta nel legno. Il Fratta è certamente uno dei vini iconici di Maculan, frutto del desiderio di creare un grande Cabernet Sauvignon anche in Italia. Nasce nel 1977 in sole 3.298 bottiglie: solo Cabernet Sauvignon da un vigneto che si trova sulle colline di Breganze in via Fratta. Dopo 20 anni, nel 1997, la decisione di farlo diventare un blend con l’aggiunta di Merlot, coltivato nel vigneto Villa Elettra in località Brogliati. Dopo la vendemmia l’idea di far fare alle uve sempre anche un po’ di appassimento. “Lo faceva già Firmino Miotti: se fai appassire un po’ il Cabernet Sauvignon perde l’aroma di peperone e arriva il frutto”. Il Fratta è il perfetto rapporto tra potenza ed eleganza, sostiene Fausto Maculan, e in questo campione di 20 anni l’equilibrio, soprattutto al palato, dove la ricchezza e l’avvolgenza del frutto non sono mai stucchevoli e ridondanti, si percepisce bene l’idea di fondo che lo ha fatto nascere.
Dindarello 1992
Tra un ricordo del Master Of Wine Nicolas Belfrage, scomparso nel 2022, che lo invitò a Londra al loro simposio per parlare davanti a un vero e proprio parterre de rois e aneddoti legati alla nascita del suo novello, sulla spinta del successo del Beaujolais Nouveau, si arriva alla mescita del primo dei tre vini dolci e passiti, categoria nella quale Maculan recita un ruolo fondamentale in Italia. È un caso probabilmente raro il rapporto che questa cantina intrattiene con questa tipologia di vini, tanto che quasi il 20% della produzione totale (circa 650 mila bottiglie all’anno) è rappresentata proprio dai vini dolci. Color ambra, ricchissimo di note di cera d’api, miele di acacia e albicocca disidratata, questo Moscato Fior d’Arancio è certamente una sorpresa, visto lo spessore e la freschezza, anche gustativa, con il quale si è conservato dopo tutti questi anni. L’appassimento delle uve avviene in fruttaio per circa un mese, poi la fermentazione in tini di acciaio e la sosta in bottiglia. Il nome? Anche in questo caso prende quello della via del vigneto dal quale arrivano le uve.
Torcolato 1971
“Il Torcolato è il mio vino, è quello con il quale andai da Gualtiero Marchesi con una bottiglia del 1977 per proporglielo nel suo ristorante” ricorda ancora Fausto Maculan. Una liaison, quella con il padre fondatore della nuova cucina italiana, poi diventata un’amicizia solida e duratura. È indiscutibilmente il vino più rappresentativo di questa azienda, ma non solo, anche dell’intera tipologia, tanto che su 35 mila bottiglie complessive di Torcolato in commercio, Maculan ne produce 18 mila. Luigi Veronelli lo definì “un dolce non dolce” per via della sua freschezza, tanto che in azienda sono dei sostenitori del suo abbinamento anche con preparazioni che non siano solo un dessert. Viene come sempre prodotto con l’uva vespaiola, i cui grappoli più sani e spargoli vengono conservati e attorcigliati con dello spago e appesi alle travi delle soffitte per l’appassimento. Questo campione di 55 anni è semplicemente sbalorditivo: al naso è un festival di note che ricordano datteri, castagne, noci e uva passa. L’ossidazione è appena accennata, ma secondaria, mentre al palato è un’esplosione di dolcezza e bevibilità.

Acininobili 2011
“Papà andò a Yquem con Maurizio Zanella, direttamente in vigna. Vide come vendemmiavano, vide la muffa nobile. Tornò a casa e decise di realizzare il suo muffato, che nasce nel 1985” racconta questa volta la figlia Angela. Difficile anche in questo caso non rimanere praticamente incollati al bicchiere e ai suoi profumi, più delicati rispetto al Torcolato, ma di rara complessità. Questa bottiglia del 2011 è ancora molto giovane, ma riesce già ora a unire non solo le note più facili e dolci da individuare, come quelle di pesca e albicocca disidratata, ma anche quelle che ricordano il miele, con la classica, ma delicata, nota di zafferano. Il sorso è fresco, elegante e misurato pur nella sua dolcezza che avvolge con grande morbidezza il palato. La vespaiola è raccolta manualmente, acino per acino, una volta attaccata dalla Botrytis cinerea: dopo due anni di barrique la sosta per sei mesi in bottiglia.
