Moldavia, la rivoluzione del vino
Dai centoventi chilometri di gallerie di Cricova ai vitigni autoctoni riscoperti, il piccolo Paese dell’Est si lascia alle spalle il passato di produttore di massa. Il reportage di Jacopo Mazzeo per Food & Wine.
Se Alice, invece di infilarsi nella tana del Bianconiglio, fosse precipitata in una cantina, sarebbe finita a Cricova. Il labirinto sotterraneo si snoda per circa centoventi chilometri: gallerie intitolate ai vitigni, una cappella consacrata, sale di degustazione a tema sottomarino e le collezioni private di più di un personaggio controverso della storia. Tra macchinari moderni e giganteschi tini di epoca sovietica, quei tunnel raccontano l’anima divisa di un Paese in cui il vino è un affare di Stato, celebrato a inizio ottobre con una festa nazionale.
Quella divisione è il cuore del reportage che Jacopo Mazzeo firma su Food & Wine: la Moldavia sta cercando di scrollarsi di dosso l’etichetta di serbatoio di vino sfuso, e la sfida ha contorni epici.
Durante l’era sovietica il piccolo Stato senza sbocco sul mare, grande un sedicesimo della Francia, riforniva l’intero blocco: una bottiglia su due bevuta in Urss veniva da qui. Contava il volume, non la qualità. Rese altissime, impianti massicci di varietà francesi come merlot e aligoté, affiancate dai capisaldi caucasici rkatsiteli e saperavi. Con l’indipendenza del 1991 è arrivata l’eredità da smaltire, quella che ancora oggi lega il nome del Paese a vini dolciastri, economici, di stampo industriale. Lo conferma a Mazzeo Ion Luca, della Casa Vinicola Luca nel Codru, la regione enologica più antica del Paese: sradicare il pregiudizio sui mercati esteri è durissimo, e all’estero spesso si piazza solo la fascia più bassa.
La svolta è arrivata dalla geopolitica. Per tutti gli anni Novanta la Russia è rimasta il partner commerciale dominante, un potere d’acquisto che Mosca ha finito per usare come un’arma. Luca ricorda il primo embargo, nel 2006, quando il mercato russo valeva l’ottantacinque percento dell’export: la chiusura improvvisa fece crollare decine di aziende, cancellò posti di lavoro e alimentò l’emigrazione. Un secondo blocco, nel 2013, aggiunse un altro colpo pesante. Ma la stretta pensata per piegare il settore ha ottenuto l’effetto opposto, spingendo la modernizzazione e l’apertura verso Occidente. Oggi, accanto a pochi colossi storici, lavorano oltre duecentocinquanta cantine, con un numero crescente di realtà artigianali.
Il volto del cambiamento è Vlada Balica, cofondatrice della cantina urbana Atu a Chișinău e a capo di uno dei vivai più grandi dell’Europa orientale. A Mazzeo spiega che l’ultimo decennio ha segnato il passaggio dalla logica del volume alla ricerca dell’identità, con le tenute boutique che ridisegnano l’immagine del Paese puntando su racconto e autenticità. Al centro, sostenuto anche da sussidi pubblici, c’è il recupero dei vitigni autoctoni, oggi vicini a un terzo degli impianti. Balica coltiva incroci locali di grande fascino: il bianco Floricica, naso di pesca e litchi su un’acidità vibrante che regge bene anche le vendemmie tardive; il Viorica, delicato di erbe e spezie; e il rosso strutturato Codrinschi.
A questa biodiversità si somma il patrimonio condiviso con la vicina Romania, dalla famiglia delle fetească fino alla rară neagră, che dà rossi leggeri e succosi, ottimi serviti freschi: non lontano da come, da noi, si trattano la schiava altoatesina o il frappato siciliano. Il Carpe Diem dello stesso Ion Luca ne è una versione riuscita, tutta piccoli frutti rossi croccanti e tannino finissimo.
La Moldavia ha ormai la sicurezza per raccontarsi senza timori reverenziali. Il concorso annuale dell’Ufficio Nazionale della Vite e del Vino offre una vetrina al giudizio degli esperti internazionali, e la scorsa estate il Paese ha ospitato per la prima volta il Congresso Mondiale della Vigna e del Vino, riconoscimento del suo nuovo peso tra i produttori. La strada verso il grande pubblico, ammette Luca, resta lunga e in salita. Ma la generazione che la sta percorrendo ha talento e testardaggine da vendere.