Oltre il Sauvignon: viaggio nell’Isola del Nord, dove la Nuova Zelanda sfida la Borgogna e riscopre l’Italia
La Nuova Zelanda è spesso appiattita sullo stereotipo del suo Sauvignon Blanc esuberante, ma un viaggio nell’Isola del Nord rivela una complessità ben diversa. Tra Auckland, Gisborne e Hawke’s Bay emergono Chardonnay di caratura mondiale, pionieri della biodinamica e rossi strutturati che sfidano i grandi francesi. In questo scenario in evoluzione, trovano spazio anche varietà inattese come fiano e montepulciano, testimoniando una viticoltura che cerca identità oltre le mode globali. Dimenticate per un attimo, insomma, il Marlborough e le note erbacee che hanno conquistato il mondo: un reportage ci porta alla scoperta di tanto altro.
Se dovessimo ridurre l’enologia neozelandese a un singolo biglietto da visita, questo sarebbe indubbiamente il Sauvignon Blanc: esplosivo, carico di frutto della passione, pompelmo rosa e quelle note inconfondibili di erba tagliata e peperone verde che lo rendono riconoscibile a occhi chiusi in qualsiasi degustazione alla cieca. È lo stile dei “Sauvy B” che, trainato negli anni Duemila da colossi come Kim Crawford e Cloudy Bay, ha dissetato il mondo con la sua acidità tagliente e la sua facilità di beva. Tuttavia, come racconta Alissa Bica Raines in un recente approfondimento, fermarsi qui significherebbe leggere solo la copertina di un libro molto più avvincente.
Durante il suo viaggio di nozze, l’autrice ha compiuto una scelta controcorrente: saltare a piè pari il Marlborough, la patria del Sauvignon nell’Isola del Sud, per esplorare le regioni dell’Isola del Nord spesso oscurate dalla fama del mercato di massa. Quello che ne emerge è un ritratto sorprendente tra Waiheke Island, Gisborne, Hawke’s Bay e Martinborough, dove il vino parla una lingua decisamente più complessa.
Il viaggio inizia nell’area di Auckland, e precisamente nella sottozona di Kumeu/Huapai, storicamente legata agli immigrati dalmati. Qui opera la famiglia Brajkovich di Kumeu River, guidata da Michael Brajkovich, primo Master of Wine del Paese e pioniere della transizione nazionale verso il tappo a vite (Stelvin). I loro Chardonnay, specialmente quelli del Maté Vineyard, camminano su un filo di equilibrio perfetto tra spezie del legno, mineralità di pietra bagnata e agrumi croccanti, evocando paragoni non azzardati con i grandi bianchi di Borgogna, pur mantenendo una maturità del frutto leggermente superiore.
Basta un traghetto di quaranta minuti da Auckland per raggiungere Waiheke Island, definita dall’autrice come gli “Hamptons della Nuova Zelanda”: un rifugio esclusivo fatto di boutique hotel e ristoranti raffinati, ma che conserva un fascino bucolico privo di semafori e catene di fast food. Il clima qui è più caldo e secco, ideale per i tagli bordolesi. Se qualcuno poteva aspettarsi vini mediocri da trappola per turisti, la realtà della Onetangi Valley smentisce ogni pregiudizio. Cantine come Stonyridge hanno messo l’isola sulla mappa mondiale: il loro blend “Larose” (Cabernet, Merlot, Cabernet Franc, Malbec e Petit Verdot) ha dimostrato in verticali recenti una struttura immacolata e un potenziale di invecchiamento degno dei grandi châteaux francesi. Anche i vicini di Te Motu e Mudbrick confermano questa vocazione, con vini che richiamano il vecchio Bordeaux, terrosi e ricchi di note di scatola di sigari, mentre Man O’ War si distingue per Syrah pepati e affumicati.
Spostandosi a est verso Gisborne, la prima città al mondo a vedere l’alba, la storia cambia. Un tempo nota come “Poverty Bay” (così battezzata da un deluso Capitano Cook) e poi regno della produzione di massa di Müller-Thurgau, la regione ha saputo reinventarsi quando i grandi gruppi si sono spostati a sud. Oggi, produttori come Matawhero (sotto la guida della famiglia Steale) e i pionieri della biodinamica Annie e James Millton di Millton Vineyards stanno scrivendo un nuovo capitolo. Se Matawhero esplora varietà come l’Albariño, che non sfigura accanto ai cugini spagnoli, Millton produce Chenin Blanc memorabili, talvolta vinificati in demi-muids per richiamare lo stile rotondo dei Vouvray, offrendo profumi di mela cotogna e lana bagnata.
Scendendo verso Hawke’s Bay, forse la regione più celebrata dell’Isola del Nord, il Syrah diventa protagonista, specialmente quello proveniente dai Gimblett Gravels, un terroir di ghiaia e limo nato da un’antica deviazione del fiume Ngaruroro. Warren Gibson di Trinity Hill firma l’Homage, un Syrah che guarda al Rodano settentrionale, con note di pepe, pancetta e lampone nero, costruito per sfidare il tempo.
Ma la vera sorpresa per noi, lettori e degustatori italiani, arriva durante una cena alla Wallingford Homestead raccontata dall’autrice. Invece dei soliti classici, nel calice appaiono varietà che conosciamo bene: fiano e montepulciano. Jenny Dobson ha prodotto il primo Fiano commerciale di Hawke’s Bay, coltivato su suoli vulcanici che ne preservano l’acidità e le note di fiori d’arancio, mentre Mudbrick a Waiheke propone un Montepulciano terroso e fruttato. È la prova di una biodiversità straordinaria, supportata da oltre 25 tipi di suolo differenti, che permette anche a vitigni come il Grüner Veltliner (eccellente quello di Lime Rock) di esprimersi con vibrante mineralità.
Il tour si chiude a sud, nel ventoso distretto di Martinborough, cuore del Pinot Noir. Qui, i venti dello Stretto di Cook e le forti escursioni termiche forgiano vini dai tannini robusti e colori profondi. Clive Paton di Ata Rangi — un ex allevatore di mucche che ha creduto nel territorio quando nessuno lo faceva — e Larry McKenna di Escarpment Vineyard producono Pinot Noir che spaziano dal floreale delicato alla prugna scura e strutturata, dimostrando come il terroir neozelandese sappia essere un interprete fedele e sfaccettato.
Spesso guardiamo al Nuovo Mondo con un misto di curiosità e scetticismo, ma leggere di come vitigni della nostra tradizione trovino una nuova voce a migliaia di chilometri di distanza è un promemoria potente. Ci ricorda che il vino è una materia viva, migrante, che si adatta e si trasforma. La lezione che arriva dall’Isola del Nord è chiara: l’identità di un territorio non è mai statica. E se un tempo la Nuova Zelanda era solo “Sauvignon e tappo a vite”, oggi è un laboratorio a cielo aperto dove la qualità, la biodinamica e la sperimentazione varietale meritano tutta la nostra attenzione e il nostro rispetto nel calice.