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Vino
21/04/2026
Di Fabio Rizzari

Peso senza peso

Una volta, in piena epoca parkeriana dei vini ultraconcentrati, andai a fare visita a monsieur de Boüard, proprietario del celebre Château Angelus a Bordeaux.
Sarà stato il 1999 o il 2000, ora non ricordo con esattezza. Angelus non era ancora conosciuto al di fuori del settore vinicolo dal cosiddetto pubblico generalista, perché la sua sponsorizzazione dei film di James Bond sarebbe arrivata qualche anno più tardi (in seguito le bottiglie di Angelus, con la loro tipica e riconoscibilissima campana in etichetta, sarebbero state avvistate in diverse pellicole zerozerosettesche con protagonista Daniel Craig).

Un liquido da bere

In quel periodo ero già ampiamente sfiorato dal crescente sospetto che il vino dovesse essere un liquido da bere, e non un solido da masticare. Quindi, davanti al suo sesquipedale 1998, un rosso carro/armato, osai commentare – ero insieme allo storico collega Ernesto Gentili – “impressionante la densità del vino; certo, se avesse un po’ più di finezza…” Mi rispose, tra il piccato e l’ironico, “la finezza, quella di un vetro trasparente, senza colore e senza spessore, la lascio ai vini borgognoni”. Vado a memoria, con il beneficio del dubbio data l’età, perciò non giurerei che fossero le sue parole esatte; ma il senso era quello.
Oggi, stemperata l’onda lunga dei vini nerboruti, anche Angelus propone rossi tornati a più miti consigli. Certo, non sono diventati dei Volnay e restano vini edonistici, più carnosi che longilinei. Ma almeno non vengono venduti con un set di coltello e forchetta attaccato al collo della bottiglia.

Agilità e leggerezza

Tuttavia, il punto è un altro, e non mi stancherò di ripeterlo, il peso estrattivo – e alcolico – di per sé non è un limite a una facile bevibilità. Conta molto di più come questo peso si distribuisce e si muove nel cavo orale e nell’esofago (non lo seguo giù giù fino allo stomaco): esistono vini dalle formidabili doti estrattive che sono agili, dinamici, di grande progressione, e ce ne sono altri – magari poco estrattivi – che sono lenti e faticosi. Ciò è statisticamente vero, almeno entro limiti ragionevoli. Ovviamente se i valori analitici sono fuori scala, anche il vino più dinamico non può uscirne un ideale compagno della tavola.
Peso e dinamica sono virtù che coesistono nei migliori Bordeaux, per fare l’esempio più ovvio; o nei migliori Brunello di Montalcino; o eccetera.
Eppure, con l’età trovo sempre più affascinanti i vini che fanno dell’assenza di peso – meglio: dell’apparente assenza di peso – il loro atout principale. Ne ho bevuto uno di una grazia espressiva fuori del comune, il Carema L’Arsin 2022 della Cantina Togliana. Qui tutto galleggia privo di peso apparente: il colore, diafano, iridescente, prossimo a quello di un rosato; la scia dei profumi, delicatissimi nei rimandi al petalo di rosa, alle fragoline (di bosco, volendo), al lampone; il gusto, sollevato, aereo, quintessenziale. Tannini: appena percettibili. Toni amari: assenti. Alcol: non rilevabile. Una bottiglia finita in un amen, anche perché eravamo in cinque a tavola.  

Una piuma sul palato

Ora, sul piano tecnico e professionale riconosco che la configurazione appena descritta ha il limite di mancare di densità interna. La densità interna è una caratteristica che non toglie nulla alla bevibilità: se un vino è “diafano”, “aereo”, “sollevato” e ha anche polpa di frutto, cremosità, densità, è senza dubbio un vin complet, come lo definiscono i francesi. “Dovresti provare la Riserva 2021 di Togliana” mi dice con convinzione Fabio Zanzucchi, fine palato e distributore dei vini dell’azienda, “è altrettanto buono, ma ha più pienezza”. Giusto.
Ma sul piano personale, del bevitore, l’Arsin 2022 è per me entusiasmante, perché ha peso senza peso, galleggia come una piuma sul palato. Come in Verlaine, “Plus vague et plus soluble dans l’air, Sans rien en lui qui pèse ou qui pose”, “più vago e più solubile nell’aria, senza nulla in lui che pesi o che si posi”.

Jean-Frédéric Bazille, ritratto di Paul Verlaine, 1867, olio su tela, Galerie Chichio Haller, Zurigo.

La foto di apertura è di Evie S. su Unsplash.

Fabio Rizzari
Fabio Rizzari

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen. Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, a cominciare da Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. È relatore per l’Accademia Treccani.

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