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Territori del Vino
06/02/2026
Di Salvo Ognibene

Sicilia, isola dolce

Malvasia delle Lipari, Passito di Pantelleria, Moscato di Noto e Marsala, sono diverse le tipologie di vini dolci prodotti nell’isola più grande del Mediterraneo. Intanto i vini fortificati europei vengono candidati a patrimonio Unesco

Terra di sole e mare, la Sicilia è da sempre sinonimo di tradizioni vinicole secolari: qui i vini dolci occupano un posto d’onore. Prodotti in diverse aree della regione, questi vini rappresentano un connubio perfetto tra la ricchezza del territorio, le condizioni climatiche uniche e l’arte vinicola tramandata di generazione in generazione. Ma qual è il futuro di questi gioielli liquidi nel panorama vinicolo moderno anche alla luce del global warming? L’isola ha ancora molto da raccontare nonostante il consumo del vino si sia orientato sempre di più verso vini freschi, profumati e dalla spiccata acidità, il fascino dei vini dolci crea ancora appeal. Non solo vini leggendari come l’incomparabile Chateau d’Yquem, ma anche in Sicilia sono diversi i vini che si sono guadagnati un posto speciale tra i cuori di winelovers, enotecari e ristoratori e nel 1991 Tasca d’Almerita ha dato vita al leggendario “Chardonnay muffato” dalla tenuta di Regaleali. Nonostante ciò, sono davvero pochissimi gli eventi e i momenti di promozione dei vini dolci siciliani, dal 2024 l’Associazione Italiana Sommelier organizza a Taormina una giornata dedicata alle eccellenze dei vini dolci, passiti, liquorosi e fortificati, insieme alle prelibatezze della pasticceria siciliana. Infine, a inizio 2025 il Consorzio del Vino Marsala, ha convolto Jerez, Madeira, Samos e Porto (con il supporto del Concours Mondial de Bruxelles) per lanciare  la candidatura a patrimonio Unesco.

Sole, mare e deserto, lava e barocco, canne e muri a secco: Sicilia

Il Passito di Pantelleria di Ferrandes, di Donnafugata e di De Bartoli, la Malvasia delle Lipari di Caravaglio e di Hauner, il Moscato di Noto di Planeta e quello di Cantina Marilina, il Moscato di Siracusa di Pupillo, il Marsala Superiore Dolce di Florio e di Intorcia, la vendemmia tardiva di Gorghi Tondi caratterizzata dalla Botrytis cinerea sono solo alcuni dei vini simbolo siciliani declinati in chiave dolce che sull’isola non è la parte del pasto che più ci si aspetta ma è una vera e propria lingua madre. E il suo lessico è composto dal vento che asciuga e dal sole che concentra. Per capire questa grammatica bisogna immaginare una mappa che unisce porto e deserto, lava e barocco, canne e muri a secco. Ogni zona ha una cadenza, ogni vino un accento. La Sicilia dei vini da dessert è infatti una costellazione di isole e promontori — Marsala, Pantelleria, Eolie, Noto e Siracusa — in cui storia commerciale, ingegno contadino e geografie estreme hanno scolpito stili unici, profondamente diversi tra loro.

Marsala

La storia inizia sulla costa occidentale, come un racconto di mare. Un mercante inglese entra nel porto, assaggia il vino locale, intravede una parentela con i fortificati che già dominano le tavole britanniche, come il Porto e il Madeira. L’idea di rafforzarlo per il viaggio accende un’economia intera e, nel giro di pochi decenni, il Marsala diventa una scuola: Ambra, Oro, Rubino, Fine, Superiore, Vergine. Non sono solo categorie: sono traiettorie del tempo passato nel legno, gradi di confidenza con l’ossigeno, oltre che piccole reliquie linguistico-mercantili sopravvissute in etichetta, sigle come L.P. “London Particular” o G.D. “Garibaldi Dolce” che sembrano appunti lasciati sui registri di bordo. Quel mercante inglese era John Woodhouse, la sua intuizione ispirò il grande progetto dei Florio, ancor oggi insegna iconica del territorio insieme ai Donnafugata, ai Pellegrino e alle decine di piccoli e grandi produttori che sono arrivati dopo. E tra loro, quasi in controcanto, una figura negli ultimi decenni ha riannodato il filo con l’origine contadina di quel Grillo locale – tecnicamente alto grado – scovato da Woodhouse nel 1773: è Marco De Bartoli, che ha recuperato il metodo “perpetuo” e battezzato il suo Vecchio Samperi non fortificato. Per lui non è stato un vezzo filologico ma un atto di libertà, per ricordare che prima del “vino inglese” c’era un’idea marsalese che viveva di tradizione orale e familiare, pazienza e travasi. Ma ecco che qualunque sia la filosofia produttiva, Marsala rivela un paradosso felice, perché è chiaro come da un’idea spiccatamente commerciale sia nato infatti un vino capace di grande profondità tecnica e culturale: il Marsala migliore nasce infatti da un costante braccio di ferro con l’aria, un modo di addomesticare l’ossidazione fino a farne precisione aromatica.

Pantelleria

Spostando la rotta verso sud, arriviamo a Pantelleria (qui un bellissimo approfondimento di Sara Missaglia), dove il paesaggio è diventato un trattato di agricoltura in difesa e la viticoltura è realmente eroica: tra il vento teso e suolo lavico, sono i nati i muretti a secco come parentesi per proteggere le vigne e sono stati brevettati gli alberelli, scavati nella conca per garantirsi umidità e riparo, oggi un patrimonio culturale riconosciuto dall’Unesco. Qui cresce lo zibibbo (moscato d’Alessandria) che prende il nome dall’arabo zabīb, uvetta, come se il metodo fosse già scritto nel vocabolario. Il Passito che ne deriva è un’opera di attesa attorno ai grappoli stesi al sole sui graticci, che vengono girati a mano, circondati dal profumo dei capperi e delle erbe selvatiche, e concentrano quella lama sapida che è la firma dell’isola. Ci sono famiglie che questo rito lo hanno difeso anche quando sembrava anacronistico: Salvatore Ferrandes, con la coerenza di chi conosce ogni terrazza e ogni muretto; Salvatore Murana, con passiti capaci di rallentare l’orologio. E accanto a loro nuovi produttori arrivati seguendo il richiamo, il fascino dell’isola, che si configurano quasi come una gemmazione pantesca della lezione marsalese: i De Bartoli che nel Bukkuram, “padre della vigna”, portano la loro ossessione per il dettaglio, Donnafugata che del Ben Ryé ha fatto la sua fortuna.

Le isole Eolie

A nord, invece, ci sono altre isole, le Eolie, dove la Malvasia delle Lipari non ha avuto la stessa fortuna. Dimenticata a lungo, è tornata contemporanea grazie a una rinascita iniziata nella seconda metà del Novecento. E se c’è un nome che ha rimesso la Malvasia eoliana sulla carta dei grandi, è sicuramente quello di Carlo Hauner: artista, designer, vignaiolo per destino, che dagli anni Sessanta a Salina studia, sperimenta e ridà forma a un vino allora quasi scomparso. Hauner ha rialzato i “cannizzi” dal sonno delle tradizioni, ha dato al rito una rifinitura tecnica, ha recuperato il corinto nero come alleato della malvasia. La tecnica è simile – grappoli disidratati per settimane sui graticci, per concentrare zuccheri e profumi – ma la dolcezza eoliana è più aerea, profuma di macchia mediterranea, di fichi passiti e buccia d’arancia; è l’immagine della luce che cambia sui terrazzi delle isole al tramonto. Poi sull’isola è arrivato Barone di Villagrande, sono cresciute aziende come Tenuta di Castellaro e Caravaglio, e oggi questa Malvasia è tornata riconoscibile. 

La Sicilia del Sud Est

E poi c’è il sud-est, il suo ventaglio barocco che rivela la profondità calcarea dei suoli. Siamo nella patria dei Moscati “classici” di Sicilia, quelli da moscato bianco (muscat blanc à petits grains), che non appassiscono al sole – violento e abbacinante, amplificato dalla pietra bianca – ma al riparo, lentissimamente, nei fruttai. Una tradizione antichissima, probabilmente la più longeva dell’isola, che corre indietro fino ai tempi dei Romani. E un esercizio di pulizia, che dà vita a vini nitidi e sottili. Da Noto a Siracusa, il cuore storico delle moderne DOC, che tutelano anche il Nero d’Avola, resta comunque questo Moscato di antica memoria, cantato da letterati e viaggiatori: i numeri sono minuscoli, ma la forza simbolica enorme. Qui il ruolo di Cantine Pupillo è stato decisivo: alla fine degli anni Ottanta Nino Pupillo decide di reimpiantare il moscato per evitare che la denominazione scompaia per mancanza di produttori e la sua etichetta principale, il Solacium, diventa subito il simbolo del recupero di questa tradizione. Molti lo hanno seguito, tra cui grandi nomi tra i produttori isolani, come Planeta nella sua tenuta di Noto.

Vini del sole, la Sicilia ha ancora molto da raccontare

Al di là della competenza ossidativa di Marsala, dunque, è l’appassimento la cifra che attraversa l’identità della Sicilia dolce. Su cannizzi alle Eolie, su stuoie o graticci a Pantelleria, nei fruttai a Noto. Che sia al sole o al vento, però, la concentrazione degli zuccheri non spegne mai le vene acide. Ecco perché i vini dolci siciliani non risultano mai stucchevoli, ma sanno sempre esprimere una personalità unica, attraversata ora da nervature salate, ora da contrappunti agrumati, e sempre da una verticalità che viene dai luoghi. Sono il gusto è un archivio vivente, dentro cui ci sono la memoria araba e le rotte degli inglesi. E poi c’è il presente, con le sue nuove sfide: il cambiamento climatico e le estati torride rimettono continuamente in discussione le epoche di raccolta, le tattiche di protezione dalle malattie, le misure degli appassimenti. L’ingegno dell’uomo, in ogni parte dell’isola, evolverà la tradizione e troverà la sua direzione.

Salvo Ognibene
Salvo Ognibene

Nato in Toscana ma cresciuto a Menfi, ama la pasta, la bici e la Sicilia. È laureato in Giurisprudenza all’Università di Bologna e ha conseguito due master di cui uno in Marketing digitale alla LUMSA. Sommelier AIS e giornalista, si occupa di comunicazione con attività di ufficio stampa e PR. Degustatore e collaboratore di guide enogastronomiche, è autore di cinque libri.

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