Stile Libero
o le occasioni del vino
Le regole della casa
Da un paio d’anni approfitto della presentazione milanese della Guida Slow Wine per invitare alcuni produttori a casa mia, in genere quelli che arrivano da più lontano e che si fermano una notte in città. Il pranzo della domenica è un’ottima situazione per fare quattro chiacchiere, cucinare (faccio quasi sempre il risotto alla milanese, i mondeghili e non manca mai una punta di Reggiano invecchiato prodotto da mio cugino a Rolo) e aprire qualche buona bottiglia, tutte alla cieca (non servendo mai quelle dei produttori presenti né altri vini delle loro regioni). C’erano Markus Prackwieser di Gumphof, Alto Adige, con sua moglie Judith, Giuliano Pettinella dell’omonima azienda abruzzese e Giulio Steiger di Steiger-Kalena, Molise. Il Trebbiano di Spagna 2021 del “Prof” Vincenzo Venturelli (bottiglia, com’è noto, fuori commercio) essudava fermenti spontanei, fragranze semi-aromatiche, raffinata effervescenza, finezza sapida. Il Riesling Trocken Kiedrich Gräfenberg GG 2016 di Robert Weil traduceva il vigore dei bianchi del Rheingau e la maestosità del suo cru in una vibrazione profondissima di elementi agrumati e minerali, succosi e laminati. Il Cirò Rosato 2022 (gaglioppo) di Cerminara (i tre fratelli Pierpaolo, Saverio e Sergio) aveva colore corallo cerasuolo, profumi di fiori rossi (peonie), di frutti selvatici, un tatto felpato, un sorso sapido-salino e nessun timore di rimanere nella bottiglia aperta per alcuni giorni. Il Val d’Arno di Sopra Bòggina A 2023 della cantina Petrolo è un sangiovese che non sembra un sangiovese o che forse radicalizza la natura del sangiovese. Proviene dal vigneto storico dell’azienda impiantato nel 1947 da Gastone Bazzocchi e da una vinificazione/maturazione in anfore di terracotta d’Impruneta, da cui esce un rosso di fiori, erbe, ciliegia selvatica, fermenti spontanei, tensione, sapore. Lo produce Luca Sanjust nell’Aretino. Sull’etichetta del vino è scritto: “Noi di Petrolo, viticoltori in Vald’Arno di Sopra, discepoli di Nepo da Galatrona, di tradizione, cultura ed educazione eraclitea, dionisiaco-epicurea-lucreziana, ermetico-ficiana, leonardesca neo-platonica e giorgionesca neo-aristotelica, romantici e rivoluzionari, crediamo che Dio è in tutte le cose e che la terra stessa è Dio e che tutto è fertile, vitale, umido, crepitante, lussureggiante. E che l’uomo è congiunto al cielo per tramite del suo elemento di-vino ed è in tutte le cose ed in tutti i luoghi, occupa il centro della ramificata e complicatissima costruzione degli esseri animali e vegetali: è il cuore di quell’infinito rapporto tra tutte le cose che è l’Universo-Mondo”. Il Dottinger Castellberg Pinot Noir GC 2020 di Martin Waßmer, che arriva dai vigneti in forte pendenza del Markgräflerland, regione del Baden-Württemberg nella Germania sud-orientale, grondava frutto pieno e maturo (piccoli frutti rossi e neri di bosco in confettura), sfumato dalle spezie eleganti di un legno impeccabile, da un tannino compatto, da un’alta godibilità d’assieme anche a distanza di giorni. Il Carema Etichetta Bianca 2009 dei fratelli Roberto e Andrea Ferrando era austero, caldo, roccioso, terroso, con note di radici, cuoio, brace “vulcanica”, essenziale, profondo, persistente: un’ode al terroir estremo di Carema. Il Barbaresco Riserva Montestefano 2004 dei Produttori del Barbaresco si è inserito a pieno titolo nella galleria dei grandi conseguimenti della denominazione, non solo per lo stato perfetto di salute a distanza di vent’anni ma per l’ariosità esplosiva del carattere: rosmarino, timo, menta, erbette, liquirizia, terra, tartufo in un fondente di succosità e tonicità, di tannino ramificato e freschezza, di allungo maiuscolo e incessante. Terra di Bargon è l’unica azienda delle Cinque Terre a produrre solo Sciacchetrà, un atto di fede e di coraggio dovuto alla volontà e alla dedizione di Roberto Bonfiglio e Alessandra De Cugis: la loro cantina è una delle poche (ancora) rimaste nel borgo di Riomaggiore e la loro età li predispone ormai alla pensione. Il 2015, prodotto con bosco (maggioritario) e vermentino più saldo di albarola, è la negazione di quegli “Sciacchetrà souvenir” che hanno per lungo tempo imperversato sul territorio: colore ambrato-arancio acceso, sensuali, accattivanti note di macchia mediterranea, di erbe aromatiche, di elicriso, densità superiore, permeante, dinamica, dalla celestiale dolcezza e dalla frutta secca irrorata di zabaione, persistenza infinita.
Nel grembo della laguna
Tornare a Venezia ha per me un significato speciale, avendoci vissuto per un anno, un anno di rivoluzioni copernicane per la mia vita, dentro cui è gravitato anche il mondo del vino (parliamo di molti anni fa). Da allora Venezia occupa un posto speciale nel mio cuore e ogni volta che scendo dalle scale della stazione di Santa Lucia, davanti al Canal Grande, alla chiesa di San Simeon, al ponte, ai vaporetti e a tutto il resto, si forma qualcosa di simile a un groppo in gola, a una commozione (reazione che mi accomuna a molti altri), come se si tornasse a casa dopo molto tempo. È successoanche a fine ottobre, quando sono arrivato a Venezia per moderare un convegno sul MuVin, il futuro Museo del Vino di Verona. La prima sera sono stato all’Adriatico Mar, un accogliente bacaro vicino alla Chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari (il cui interno è così ricco di opere d’arte da essere un museo), dove mi hanno tenuto compagnia il Filari Ginevra 2023 di Alberto Lot, un col fondo di glera e bronner, varietà di PIWI, della zona di Sacile, gravi friulane, intenso nel colore, all’olfatto e al palato (brioso nella carica rifermentativa, tonico, gustoso) e una Malagousia Natur 2023, una Malvasia del Peloponneso prodotta dalla cantina Tetramythos (si trova ad Ano Diacoptòn, nell’Acaia, alle pendici del Monte Helmos) che rilasciava note salmastre e laminate dal sorso dritto e sapido, dalla persistenza continua e sapida. La sera dopo, alla Trattoria Al Bomba (che in realtà è un ristorante raffinato), a due passi da Ca’ d’Oro, uno dei palazzi più celebri e spettacolari sul Canal Grande, mi hanno fatto piacevole intrattenuto il Kios 2023 della cantina vicentina Dalle Ore, un raboso veronese rifermentato in bottiglia dalle note di tamarindo e rabarbaro, dall’effervescenza viva, continua, gagliarda e dai vividi toni acido-selvatici, e il Riesling Trocken Vom Schiefer 2021 di Ansgar Clüsserath (Mosella), il quale, manco a dirlo, si offriva cristallino, agrumato, minerale, così sapido da risultare salato. Ambedue i posti mi erano stati consigliati da Niccolò Zen, il figlio di Giuseppe (veneziano d’origine), della Macelleria Popolare alla Darsena di Milano, di cui ho parlato più volte, anche in questa rubrica, e dove ero stato qualche giorno prima, sorseggiando con piacere il Renaissance 2023 della Cantina La Bacheta, a Gorgo di Custoza, un metodo classico a dosaggio zero di garganega dai fermenti vivi e succosi, come si conviene a un “Vinnatur”; l’aromatica, balsamica, ariosa, esuberante, piacentina Malvasia 2022 di Solenghi; Il Paluffo 2016 di Maria Liana Stiavelli, un sangiovese di carattere della zona di Certaldo; e bevendo più copiosamente il magnifico Foradori 2019 (sanguigno, profondo, espressivo): qualche giorno prima avevo rivisto, dopo un po’ di tempo, Elisabetta Foradori proprio alla degustazione di Slow Wine.
Photo credit: Britta Nord