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Vino
20/01/2026
Di Massimo Zanichelli

Stile Libero

o le occasioni del vino

Autunno altoatesino: spigolature

Magnificare il Riesling di Falkenstein (Valle Venosta) non è certo uno scoop, anzi potrebbe sembrare addirittura pleonastico, ma aver assaggiato insieme a Magdalena Pratzner un vino della grandezza del Riesling 2013 a dodici anni di distanza dalla vendemmia è un’ulteriore certificazione che lo avvicina a una consacrazione. Vendemmiato ai primi di novembre (quell’annata è stata una delle ultime “classiche”, cioè lunghe, tardive), è brillante fin dal colore, emana sentori di erbe, di buccia di agrumi, di ancora contenuta carburazione idrocarburica, è maturo e slanciato, è tenero e dinamico, è verticale e lungo. Non cede un grammo della sua espressione nemmeno riassaggiandolo dopo l’Anadûron 2019. Anzi.
Anche parlare del grande Riesling di Castel Juval (Castelbello, Valle Venosta), sia esso il cristallino Unterortl o il magnifico Vigna Windbichel, può apparire scontato. Non però il fatto che la transizione tra il berlinese Martin Aurich e lo svizzero Raphael Burki diventasse quasi “invisibile”. In più sono da segnalare l’interessante, rarefatto Sauvignon 2024 (prima annata, metà botte e metà acciaio), la bontà del Müller Thurgau Schlossleiten 2024 (da un vigneto di 15 anni a 850 metri di quota con nove mesi sui propri lieviti), l’invitante piacevolezza del Pinot Bianco 2024 o l’alta qualità (con quel carattere di montagna che si sposa a un legno aristocratico) del Pinot Bianco Himmelsleiter 2023, ambedue da una vigna di trent’anni tra i 750 e gli 850 metri di quota con il 70% di pendenza.
Sempre a proposito di Pinot Bianco, uno dei suoi più valenti interpreti altoatesini è Markus Prackwieser di Gumphof (Fiè allo Sciliar, Valle Isarco). Il Praesulis 2023 è succoso, raffinato, salino, persistente. Il Renaissance 2022 (dalle vigne a pergola che scendono in forte pendenza verso l’Isarco) ha pienezza, eleganza, allungo. E che dire del Sauvignon? Il Praesulis 2023 è un assieme di finezza e persistenza aromatica. Il Renaissance 2022 sfoggia succosità, articolazione, eleganza. Nemmeno il Pinot Nero scherza, tutt’altro: il Praesulis 2022 (impianto del 2003 a 600 metri di quota, vinificazione con i raspi per un terzo della massa, un anno in barrique) sfoggia succosità e carattere. E la Riserva 2021 (con i raspi per metà della massa, un anno e mezzo di barrique) lo è ancora di più. E il Tandaradei? È un passito che quasi nessuno conosce: 50% pinot bianco, 40% sauvignon, 10% gewürztraminer. Prodotto nel 2011 e nel 2019 (assaggiati entrambi) è un incanto esotico (mango, passiflora, ananas) di cremosità densità e brillante freschezza.
A Zöhlhof (Velturno, Valle Isarco) Josef Michael Unterfrauner e suo figlio Wolfgang praticano il biologico da tempi non sospetti (1994!). Tutti i loro bianchi, fermentati spontaneamente, portano con sé una persistenza talmente sapida da diventare salina. Così un Sylvaner 2023 da uve schiacciate con i piedi e maturazione per un anno e mezzo in botte grande sui propri lieviti senza travasi. Così l’altro Sylvaner, l’Ein-stein 2023 (un Igt dalla tiratura limitata), che dopo tre settimane dall’apertura faceva ancora sentire i suoi fermenti, la sua spezia, il suo sapore. Così da un Gewürztraminer 2022 (impianto del 1993 a 670 metri di quota, maturazione in acciaio) che procede per sottrazione aromatica, anima longilinea, persistenza di litchi. Così il Riesling 2023, fermento di pietra e sasso, lama minerale, cuneo di sapore.
Sempre a Velturno, da Radoar, dove lo sguardo spazia sulle Dolomiti con i “denti” delle Odle che svettano sullo sfondo, Norbert Blasbichler produce vini, che pur facendo tutti la malolattica, conservano intatta la loro tensione interna (le vigne sono situate tra i 700 e i 900 metri di quota, il malico non manca). Il Müller Thurgau Etza (“pascolo” in ladino) del 2023 (primo vino aziendale prodotto nel 1999) è ricco di fermenti naturali e minerali, ha tatto polposo, gusto fruttato. Il Kerner Radoy (primo nome di Radoar, maso che risale al XIV secolo) del 2023 fa fermentazione spontanea in acciaio e ha un residuo di 15 grammi di zucchero che esaltano la polpa della pesca e non inibiscono la componente minerale. Lo Zweigelt 2023, da un impianto che ha mezzo secolo di vita piantato dal padre senza sapere cosa fosse, ha bisogno di basse rese per contenere l’acidità, fermenta in acciaio e matura in tonneau usato: sfizioso naso di amarena, frutto selvatico, tratto pepato-ematico. Il Pinot Nero Vedla (“il vecchio”) 2020 proviene da un impianto del 2009 a 750 metri di altitudine, fermentain tini aperti in castagno e fa un anno in botte grande, un anno in tonneau, un anno in cemento. Piccoli frutti rossi, incenso, spezie.

Quartetto d’acuti a Voghera

Una domenica mattina di fine novembre alla Ubik per condurre un corso di cinema sulla commedia americana e poi a pranzo a casa di Felice Albertazzi e Vittoria Zanusso per una replica di quanto già accaduto in precedenza (è uno scenario che ho già raccontato in questa rubrica e che per fortuna si ripete nel tempo). Quattro le bottiglie sulla tavola, tutte eccellenti. Il Dom Pérignon Plénitude 2 Vintage 2004 – frutto di un élevage di 15 anni – è stato definito dalla maison “l’anno della rinascita e della tranquillità” dopo le tribolazioni del 2003, e tutto questo si rispecchia in uno Champagne che ha grazia, cremosità, agrume cristallino, fusione tra tensione e leggerezza, beva invogliante (la bottiglia è finita in un amen). Subito dopo l’acidità agrumata e tesa del Trebbiano d’Abruzzo 2020 Valentini mi è parsa perfino sorprendente. Non mi era mai capitato di berlo dopo uno Champagne di quel calibro e il vino – sempre riconoscibile per il suo profilo viscerale e aristocratico (vanta diversi tentativi d’imitazione, nessuno dei quali è mai riuscito a raggiungere la purezza dell’originale) – non indietreggiava sul fronte del contrasto e della freschezza, fatto abbastanza clamoroso. Il Marsala Superiore Oro Riserva 2004 De Bartoli, frontiera del Semisecco (spremitura soffice delle uve, fermentazione con lieviti indigeni in fusti di rovere e castagno senza controllo della temperatura, aggiunta al metodo solera di una mistella a base di mosto fresco e acquavite, maturazione in fusti di rovere di diversa capacità per almeno 10 anni), rappresenta la quintessenza di un vino artigianale e fortificato, classico ed eccentrico, potente ed elegante. Una fusione di opposti che si riflette in sensazioni terziarie (frutta secca, noci, foglia di castagno) e salmastre (mare, torba) e in un palato in cui i 18 gradi alcolici non inibiscono una beva incessante quanto la persistenza del vino. Il Recioto della Valpolicella Classico 2012 Bussola ha una vinificazione particolare che merita di essere riportata: il 70% delle uve viene pigiato a metà gennaio, fermenta per almeno un mese e viene messo a contatto con la restante parte dell’uva appassita fino a marzo innescando una nuova fermentazione di altri trenta giorni, poi il vino resta in acciaio per una maturazione di tre anni. Sembra di essere trasportati lontani da Negrar per respirare l’aria del Roussillon e del suo Maury: tapenade, olive, garrigue, macchia mediterranea, densità e contrasto, allungo di frutti neri e rossi, notevole persistenza officinale, fresco-balsamica.

Un Capannino a Milano

Al tempo in cui facevo l’ispettore ristoranti per la Guida Espresso, non sono state poche le volte in cui mi sono recato al ristorante Pomiroeu di Giancarlo Morelli a Seregno, firmando in un paio di occasioni la recensione. È stata invece la prima volta che mi recavo nel suo ristorante milanese vicino al Cimitero Monumentale, in occasione della degustazione dei vini di Tenuta di Bibbiano (Castellina in Chianti) alla presenza del titolare Tommaso Marrocchesi Marzi, quinta generazione di una famiglia che è proprietaria della tenuta dal 1865: il primo imbottigliamento di Chianti Classico è datato 1969. La mini verticale del Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino (chiamato così dal piccolo capanno di caccia usato dal nonno) ha segnato il passaggio da Giulio Gambelli, attivo qui fino al 2005 e di cui nel 2025 ricorreva il centenario della nascita, e Maurizio Castelli, presente nella tenuta dal 2015. La prima annata del Vigna del Capannino risale al 1988, al tempo già vinificato in cemento e maturato in botte per due anni. Fu Tancredi Biondi Santi a mandare Giulio Gambelli a Bibbiano e fu Franco Biondi Santi a consigliare ad Alfredo Marrocchesi Marzi, padre di Tommaso, di vinificare in purezza il Capannino. È una vigna di sette ettari posizionata a sud-ovest, un versante solare che si apre verso i campi a seminativo dell’Elsa, dove il bosco va progressivamente diradandosi e dove il terreno mescola argille, alberese, terre rosse, sabbie e limo. Il vino fa un lungo délestage di una quarantina di giorni in cemento e una maturazione per i due terzi della massa in botti da 20 e 40 ettolitri. Il 1997 ha colore in evoluzione, note di prugna, compattezza terrosa, finale profondo e potente. Il 2015, dal colore più rubino, presenta un naso di erbette, di alloro, di freschezza balsamica, un tatto maturo, denso, fruttato, avvolgente, dal tannino felpato. Il 2016 esprime sentori di erbette, frescure balsamiche di boschi, un tannino rigoroso e sapido, un allungo a lento rilascio di alloro chiantigiano. Nota a piè di pagina: il risotto alla milanese era squisito.

L’ancestrale di Capodanno

Alla cena di Capodanno a casa di Giancarlo Leone e Luta Bettonica (dei quali, ormai, sapete quasi tutto), c’erano alcune buone bottiglie sulla tavola, ma nulla in confronto a un’assoluta chicca tirata fuori da Giancarlo dalla propria cantina e risalente, secondo sua testimonianza, ad almeno una trentina d’anni prima (sull’etichetta non c’erano indicazioni di millesimo né di sboccatura): la Blanquette de Limoux Blanc de Blancs Sieur de Limoux (importata da Amoretti di Fontanellato), una delle poche denominazioni d’origine che rappresentano un ancestrale puro, ovvero uno spumante imbottigliato durante la prima fermentazione e non, tecnicamente, rifermentato in bottiglia, anche se sull’etichetta compariva la scritta “méthode classique”. Pare che il nome di questo vino sia un omaggio a un nobile di Limoux vissuto nel XVI secolo che celebrava i suoi successi con questo spumante, il più antico del mondo. Colore biondo acceso. La carbonica, solleticante e pétillant, è una nuvola. Il quadro aromatico di nocciola tostata, panettone e agrume candito irresistibile. Cin!

Massimo Zanichelli
Massimo Zanichelli

È degustatore professionista, wine writer e documentarista. Per quindici anni ha lavorato per il Gruppo Editoriale L’Espresso, firmando la guida I vini d’Italia (2002-2016) e la rubrica “La bottiglia” del settimanale “L’Espresso“. Ha scritto il Nuovo Repertorio Veronelli dei vini italiani (Veronelli Editore, 2005), I Grandi Cru del Soave (Peruzzo, 2008), Effervescenze. Storie e interpreti di vini vivi (Bietti, 2017), Il grande libro dei vini dolci d’Italia (Giunti, 2018), I quattro elementi del vino italiano. La Montagna (Bietti, 2022). Collabora con “Vitae”, “James Magazine”, “L’AcquaBuona”, “Civiltà del Bere”. Tra i suoi documentari sul vino: Sinfonia tra cielo e terra. Un viaggio tra i vini del Veneto (2013), F for Franciacorta (2015), Generazione Barolo – Oddero Story (2016), Nel nome del Dogliani (2017), La casa del Pinot Nero (2020), Mosnel di Franciacorta (2024).

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