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Vino
05/06/2026
Di Massimo Zanichelli

Stile libero

o le occasioni del vino

Magnum del cuore

Ancora a Bresso da Vinalia – luogo di cui ho già parlato in questa rubrica, dove mi sento a casa e dove torno sempre volentieri – per una degustazione in magnum. Il Radicale di Bellenda dei fratelli Umberto e Luigi Cosmo è “un vino fuori dagli schemi, senza compromessi”: così è scritto sulla bottiglia, così è nella realtà. La sua etichetta è incollata al contrario perché la bottiglia dovrebbe stare sempre a testa in giù, in punta. È uno spumante ancestrale di glera imbottigliato a ottobre, a poca distanza dalla vendemmia, senza dunque necessità di aggiungere solfiti, destinato a rimanere sui propri fermenti fino a quando non viene stappato. E per questo 2013 il tempo è arrivato dopo quasi 13 anni. Che freschezza, che luce, che gagliardia! Intessuto di profumi floreali, allietava i sensi come setosa brezza di primavera, fitta di sentori, sapori, persistenze. Con quel fondo di sale che stimola la beva, un bicchiere dopo l’altro. Poi arriva il Ferrari Perlé 2018, ed è come sempre un metodo classico impeccabile, con la sua precisione, il suo portamento, la sua struttura scintillante, ma è come se la tecnica, peraltro sorvegliatissima, senza una sbavatura, facesse sentire troppo la sua presenza – ed è una questione senz’altro di metodo, non di mano –, facendo provare quasi nostalgia verso la leggiadra ruralità del sorso precedente, così incantato, aereo. Di seguito il Weissburgunder Riserva Renaissance 2021 di Gump Hof, un Pinot Bianco di rara grazia che nasce tra pergole così in pendenza che sembra vogliano gettarsi verso l’autostrada del Brennero lungo i fianchi stretti della bassa Valle Isarco: una sintesi di roccia, agrume, menta, sale e finezza. Poi, dall’altra parte della valle, da un antico maso, lo Strasserhof di Hannes Baumgartner, che guarda dall’alto l’Abbazia di Novacella, ecco una magnum renana che si allunga come una canna di fucile (la sua forma è meravigliosa, il suo incastro nel frigo più problematico) e ospita un Kerner 2024 che è un luminoso trionfo di aromaticità al sapore di pesca, una pesca minerale, scistosa, succosa, sapida che traspira verticalità da ogni suo intimo poro. E che dire del Rosso d’Asia 2020 di Andrea Picchioni? Croatina d’Oltrepò (c’è dentro giusto un goccio di ughetta) che si muove materica, d’animo viscerale senza mai essere ruvida, con la carnosità di un frutto, tra mora e prugna, che sembra scendere, quasi affondare, nel profondo.

Due spumanti a contrasto

Di fronte a me due spumanti a metodo classico che creano un affascinante cortocircuito di contrasti. C’è un Extra Brut 2018 da uve chardonnay in purezza di cui viene utilizzato solo il mosto fiore. Il vino fa cinque mesi in barrique e 48 mesi di affinamento sui lieviti. È preciso nella carbonica, seducente per i sentori floreali-agrumati, sottile nelle finezze minerali, persistente al gusto. E c’è un Pas Dosé non millesimato da uve ortrugo che ha fatto 11 mesi in cemento e 18 mesi sui lieviti. È un vino artigianale, frontale, verace, anche rustico, dal gusto deciso e penetrante. Il primo vino è il Franciacorta EBB Il Mosnel (Camignone, provincia di Brescia), il secondo è l’Alfiere di Massimiliano Croci (Castell’Arquato, provincia di Piacenza).

Wine Lab a Buguggiate

Serata di degustazione a Buguggiate, provincia di Varese, nella villa di Ferdinando Perone, avvocato giuslavorista con una passione per il cinema (frequenta spesso i miei corsi). Il colFóndo 2020 di Bele Casel sembrava imbottigliato da sei mesi, forse un anno, tale era ancora la sua (apparente) giovinezza, la sua freschezza, la sua frontalità, fitta di fiori e agrumi e sostanza sapida: i vini “col fondo”, c’è poco da dire, hanno una longevità sorprendente e questa versione proveniente dalle colline di Monfumo non fa eccezione. Gli ho accostato un altro rifermentato in bottiglia del 2000, il Tarbianein di Claudio Plessi, che nasce nel suo giardino vitato di Castelnuovo Rangone (tre ettari e mezzo a conduzione biologica dove dimorano diverse varietà modenesi a rischio di estinzione): il colore è paglia intenso, quasi arancio, e non deriva da una macerazione ma dal succo della trebbianina, rara versione “semi-aromatica” di trebbiano chiamata anche trebbiano di Spagna, i profumi elargiscono squisitezze balsamiche, il gusto è succoso e complesso, la carbonica un soffio (di recente ho aperto i suoi Tiepido 2017 e Lambruscaun 2016 e sono vini sbalorditivi che racchiudono l’anima più vera e selvatica del Lambrusco modenese). Che dire poi dello Stoan di Cantina Tramin che non sia già stato detto? Anche la versione 2024 convince e conquista per la precisione e l’espressione dell’uvaggio (chardonnay 65%, sauvignon 20%, pinot bianco 10%, gewürztraminer 5%): il sauvignon spicca ma non schiaccia, il traminer aromatico è una nuance epidermica, il pinot bianco dona finezza, il legno amplifica il portato sapido (Stoan nel dialetto locale significa “sasso”, “pietra” con riferimento al terreno ghiaioso dove dimorano le vigne) invece di comprimerlo, l’acidità montana fa il resto. Un evergreen. Ah, il Fiano di Avellino 906 del 2022 di Ciro Picariello! Dalle alture altoatesine a quelle irpine non potrebbe esserci contrasto più clamoroso. Issato a 650 metri in quel di Summonte con esposizione nord (la vigna è stata piantata nel 1990, 906 è il numero della parcella catastale), questo bianco fa vibrare l’impasto vulcanico del terreno limo-argilloso dove nasce in un vino così frontale, così viscerale, così verticale, così salato, con così tanta pietra focaia da rimanere quasi a bocca aperta. Poi è arrivato lo Château-Chalon 1994 di Jean Macle, portato da uno dei partecipanti, Andrea Galli de Paratesi, ex ingegnere informatico del settore bancario appassionato di vini. Che dire? Un vin étonnant per la luminosità del colore, per il carattere, per la verticalità, per il sale e le note salmastre (anche se in Jura non c’è il mare), per un’acidità assoluta che tende ad annichilire lo stile ossidativo tipico di questo vino (complica anche l’annata irregolare, fredda; immagino che, appena uscito, questo vino fosse tagliente come un rasoio): insomma un’indimenticabile spremuta di limone lievemente empireumatica-affumicata con una persistenza di gheriglio di noce. Cosa mettere, ho pensato, dopo questo vin jaune così asciutto, così secco? Ma un vin moelleux, naturellement! Ecco dunque il Kirchberg de Barr Gewurztraminer Vendanges Tardives 2018 Vincent Stoeffler. Questo Gran Cru dalle ripide pendenze del Basso Reno alsaziano è considerato il “firmamento del Gewurztraminer” e assaggiando questo vino non è difficile capire perché: un’elegante sinfonia aromatica dove la vellutata dolcezza dello zucchero lambisce il palato invece di affossarlo e dove la cremosità del tratto e l’equilibrio interno garantiscono un sorso altamente appagante. Poi tre rossi a chiudere la serie. I primi due, accomunati dalla stessa annata (2022) non potrebbero essere più dissimili. Lo Schioppettino di Prepotto S. Elena dei fratelli Paolo e Gianni Petrussa magnifica le virtù di una piana alluvionale di Albana, dove i Colli Orientali del Friuli confinano con la Slovenia e dove questo rosso autoctono si ammanta di spezie, pepe e frutto selvatico. Dall’altro canto, il Chianti Classico Gran Selezione Rancia di Fèlsina, più scuro nel colore, coinvolge i sensi in un mélange di marasca, viola, alloro, tabacco ed elementi mentolati, sfoggiando un tannino davvero grintoso. Il Barolo Bricco delle Viole 2017, infine, dimostra ancora una volta non solo la bontà del terroir di Vergne, il più alto del comune di Barolo, ma anche la mano felice della famiglia Vaira: l’annata calda è risolta in un profilo balsamico e floreale, intessuto di filigrane tanniche al contempo incisive ed eleganti.

Due liaison

Parlando dei Colli Orientali del Friuli e pensando a quanto eclettica sia quest’area produttiva di confine, più ancora del confinante Collio Goriziano, ho aperto due passiti a base di verduzzo friulano che sono tra i miei favoriti della categoria: il Doc Cràtis di Roberto Scubla (Ipplis di Premariacco) e l’Igt Pensiero della cantina Petrussa (Albana di Prepotto) ambedue del 2022, ambedue di colore arancio intenso e brillante, ambedue di grande caratura. Il primo profuma di cera d’api, di miele, di frutta candita, di spezie, ha un sorso denso, ricco, mescola amabilmente dolcezza, sapidità e tannino, ha un finale compensativo e gastronomico. Il secondo ha un olfatto impregnato di note di canditi e albicocche sciroppate, di erbe aromatiche e di miele, e un palato ancora più denso, viscoso quanto fresco e bilanciato, con effetti quasi rôtì in un finale sensuale, invitante di pesche sciroppate e frutta candita.

La sera in cui ho finito di scrivere questo pezzo, ho visto per l’ennesima volta, la prima però con mio figlio adolescente, Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis, uno dei miei cult movie (è un film di culto e al contempo un capolavoro, fatto non così scontato). Il protagonista, interpretato da David Naughton (il meno famoso dei due interpreti, l’altro, Griffin Dunne, avrebbe avuto una carriera più importante), si chiama David Kessler ed è americano (un americano ebreo, come ci tiene a specificare l’infermiera inglese che gli ha dato una “sbirciatina”). Embè? Direte voi. Kessler, ehm, è anche il nome di un altro Grand Cru di Gewurztraminer dell’Alsazia che si trova, a differenza del Kirchberg de Barr, nell’Alto Reno (vedi sopra). L’ho trovata una coincidenza curiosa. Potete chiudere la lettura con un pezzo della colonna sonora del film (o anche tutta), composta esclusivamente da canzoni dedicate alla luna:

Blue Moon (Bobby Vinton)
Blue Moon (Sam Cooke)
Moondance (Van Morrison)
Bad Moon Rising (Creedence Clearwater Revival)
Blue Moon (The Marcels).

Massimo Zanichelli
Massimo Zanichelli

È degustatore professionista, wine writer e documentarista. Per quindici anni ha lavorato per il Gruppo Editoriale L’Espresso, firmando la guida I vini d’Italia (2002-2016) e la rubrica “La bottiglia” del settimanale “L’Espresso“. Ha scritto il Nuovo Repertorio Veronelli dei vini italiani (Veronelli Editore, 2005), I Grandi Cru del Soave (Peruzzo, 2008), Effervescenze. Storie e interpreti di vini vivi (Bietti, 2017), Il grande libro dei vini dolci d’Italia (Giunti, 2018), I quattro elementi del vino italiano. La Montagna (Bietti, 2022). Collabora con “Vitae”, “James Magazine”, “L’AcquaBuona”, “Civiltà del Bere”. Tra i suoi documentari sul vino: Sinfonia tra cielo e terra. Un viaggio tra i vini del Veneto (2013), F for Franciacorta (2015), Generazione Barolo – Oddero Story (2016), Nel nome del Dogliani (2017), La casa del Pinot Nero (2020), Mosnel di Franciacorta (2024).

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