Stile libero
o le occasioni del vino
Agosto 2026
Ricordo di Bordeaux
È un agosto così caldo, un caldo afoso e maledetto, che, mentre sono a casa a scrivere quasi boccheggiando, mi viene in mente l’estate del 2023 trascorsa a Bordeaux con tre spietati giorni di canicule (40 gradi) annunciati sulle vetrine dei negozi di Saint-Émilion e vissuti in città. Le passeggiate, specie quelle sul lungofiume e sul Pont de Pierre (da cui godersi il tramonto sulla Garonna), sono state bellissime ancorché minate dall’ondata di caldo, che per fortuna mollò la presa nei restanti giorni della settimana. Nell’appartamento a Saint-Michel, a due passi dall’omonima, possente chiesa gotica, era difficile perfino dormire, ci si risvegliava in mezzo al sudore dei corpi, alla loro mollezza umidiccia. Al mattino presto, cercando invano di respirare qualche fresco rivolo d’aria, era un piacere compiere il sacro rito del croissant e della baguette in una boulangerie all’ombra della Tour St-Michel, il campanile gotico che si erge altissimo e staccato dalla chiesa. Poco distante, la romanica, monumentale Ste-Croix ha un bellissimo portale istoriato, mentre nell’altra direzione, sul corso Victor Hugo, campeggia la porta de la Grosse-Cloche del XV secolo, tra i simboli della città (arcata ogivale, due torri cilindriche, torre campanaria, orologio astronomico). La Cathédrale de St-André, in place de Rohan, colpisce per l’abside, fatta erigere in forme di gotico maturo (cappelle radiali e archi rampanti) agli inizi del XIV secolo dall’arcivescovo Bertrand de Goth, futuro papa Clemente V. C’è il Grand-Théâtre, uno dei più belli di Francia e l’Esplanade de Quinconces, immensa piazza alberata, la più grande d’Europa. Quanto è bella Bordeaux! In alcuni scorci, sembra una Parigi in miniatura. È la città che ha dato i natali a Montaigne (la sua tomba si trova all’interno del Musée d’Aquitaine; in città c’è una targa che ricorda l’ubicazione dell’atelier di Simon Millanges, il tipografo del re che nel 1580 pubblicò la prima edizione dei Saggi) nonché a François Mauriac (premio Nobel per la letteratura nel 1952). E segnato l’esilio di Goya, che qui morì (la sua casa è al 57 di cours de l’Intendance). Al Musée des Beaux-Arts, situato giusto di fronte alla cattedrale, tra i tanti emeriti dipinti (Tiziano, Jacopo Bassano, Palma il Vecchio, Veronese, van Dyck, Rubens, Magnasco, Reynolds, Delacroix, Corot, Renoir, Picasso), ho scorto nella didascalia di un ritratto di Franz Hals, Uomo con la mano sul cuore del 1632, che il restauro del quadro era stato realizzato nel 2019 grazie al contributo di Château Haut-Bailly. Il giorno dopo abbiamo appuntamento in cantina a Léognan con Cyprien Champanhet, direttore commerciale. Nei 40 ettari a corpo unico (cabernet sauvignon 60%, merlot 34 %, cabernet franc 3%, petit verdot 3 %) ce ne sono quattro di vigne secolari che risalgono al 1905 e che si devono alla decisione di non usare il piede americano presa da Alcide Bellot des Minières, proprietario dal 1872 (la tenuta era stata acquistata nel 1630 dal banchiere parigino Firmin Le Bailly, che le diede il nome). Figura leggendaria, Bellot des Minières ha fatto costruire il castello, ha innovato la viticoltura del tempo e ha portato i vini di Haut-Bailly a ottenere prezzi di mercato pari a quelli del più celebri Château come Lafite e Mouton Rothschild: prima della Grande Guerra costavano addirittura più di Château Haut Brion e Château Latour! Nel 1955 la proprietà passa al commerciante di vino Daniel Sanders e nel 1998 al banchiere americano Robert G. Wilmers, che affida la direzione a Véronique Sanders, nipote di Daniel. Nel 2021 è stata costruita una cantina ipogea all’avanguardia, pressoché invisibile alla vista, con forme regolari nel disegno (ellissi, cerchi) e una dotazione sotterranea su più livelli di vasche in cemento da 50 ettolitri e barrique. Le viti franche di piede giacciono sui plateau (48 metri di quota) più argillosi, mentre la ghiaia predomina sulla maggior parte degli altri vigneti. Fino al 2000 le uve venivano raccolte insieme, in seguito separatamente seguendo le singole maturazioni. Il Pessac-Léognan ha un carattere più caldo, intenso e terroso rispetto al Pauillac senza tradire la flessuosità bordolese. Il 2019 aveva senso floreale, note di prugna, tatto carnoso ed equilibrato. Il 2017 era maturo, profondo, felpato. Il 2015 apriva squarci di erbe aromatiche (timo, alloro) e diventa balsamico, fresco-mentolato, arioso, speziato. Il 2010 offriva un profilo polifonico: afflato floreale-fruttato, cassis, china, liquirizia, fondo di terra e apertura balsamica, tannino vigoroso, finale ferroso-granitico, dritto.
Il giorno prima eravamo stati a Château Latour, unico Premier cru classificato nel 1855 insieme a Haut-Brion, Margaux, Lafite e Mouton Rothschild. Fondata alla fine del XVII secolo dalla famiglia nobile de Ségur (occupava una piccola parte del loro patrimonio fondiario), la cui figura di spicco era Alexandre de Ségur, soprannominato “Il principe delle vigne”, è rilevata nel 1963 dal gruppo inglese Pearsons e infine acquistata nel 1994 dal magnate François Pinault (la proprietà è oggi intestata agli Artémis Domaines, una divisione della famiglia). Hélèn Genin, maître de chai, è persona accogliente, appassionata e preparatissima. Il cielo si era incupito, nuvole grigie incombevano sulla Tour de Saint-Lambert (nel XVII secolo ha preso il posto di quella di Saint-Maubert costruita alla fine del XIV), il clima si era fatto umorale e atlantico, l’ingresso alla tenuta era blindato e all’interno della tenuta c’era un silenzio quasi assoluto. Passeggiamo per le vigne dell’Enclos, 47 ettari (sui 96,5 totali) che risalgono al 1930 (con alcune viti centenarie) e rappresentano il cuore della produzione (67% cabernet sauvignon, 22% merlot, 2% petite verdot), vecchi ceppi che scorrono quasi rasoterra in mezzo a ghiaia, sassi e ciottoli verso la foce della Gironda: è la parte più a est, che conferisce profumi e finezza, mentre quella più a ovest, maggiormente argillosa, produce più struttura e tannino. Le prime vinificazioni nella nuova, tecnologica, geometrica cantina (con barricaia posta nel sottosuolo) risalgono al 2001. Le Pauillac de Latour 2018 (800.000 bottiglie) offriva già il celebre cassis di questo terroir. Il frutto era profondo, cremoso, elastico, il vino tonico, composto, senza una sbavatura, un dettaglio fuori posto. Il Pauillac Les Forts de Latour 2017 (140.000 bottiglie)aveva lo stesso timbro cromatico, un cassis di maggior classe e profondità, accompagnato da sfumature di fiori rossi: peonia, gardenia, violetta, iris… Era un vino che si abbeverava di luce, che aveva un tannino come un soffio, che sfumava in una trama flou… La classe dello Château era tutta nel Pauillac Grand Vin (100.000 bottiglie che dal 2013 non vengono più vendute “en primeur”), dove la percentuale di cabernet è quasi assoluta. Tre settimane di macerazione, due délestage, malolattica in acciaio nelle migliori annate, altrimenti in barrique, taglio deciso a gennaio con una degustazione alla cieca e finalizzato a marzo. Il 2015 aveva colore fitto e un olfatto di profondità quasi insondabile in cui si respirava il cesto delle more, del cassis e di altri piccoli frutti neri. Flessuoso e slanciato, era una finissima carezza “aromatica” con un componente quasi ematica in persistenza. Aveva tannino in levare, capillare, incantevole. Fusione di vigore e leggerezza, andamento sinuoso e sinfonico. Purezza.
Immancabile l’escursione alla duna di Pilat, un emozionante pezzo di deserto tra la foresta e l’oceano.

Estate romana
A Roma, alla fine agosto di quest’anno, il clima non era molto diverso: meno estremo (le temperature non hanno mai sfondato la barriera dei peraltro “rispettabilissimi” 38 gradi), ma ugualmente umido. Sono con mio figlio, che, appassionatosi di storia romana, vuole ripercorrere i luoghi dell’antica caput mundi. Cinque giorni e 55 chilometri a piedi: potevano essere di più ma qualche volta abbiamo preso la metropolitana. Quando rivedo la facciata del Colosseo – simbolo di Roma, il più grande monumento della romanità, icona mondiale – ripenso a quanto questo straordinario anfiteatro del I secolo contenga già tutti gli snodi formali dell’architettura italiana del ’500. I tre ordini uguali di arcate sono la ripetizione di un modulo che sarebbe ridiventato celebre come “arco serliano” o “serliana” (dal nome dall’architetto bolognese Sebastiano Serlio che lo aveva illustrato nei suoi Sette libri dell’architettura, 1537-1574), utilizzato anche da Andrea Palladio nella Basilica di Vicenza. La semicolonna addossata (con tre ordini di capitelli: dorico, ionico, corinzio) non assolve più a funzioni strutturali ma è puramente decorativa come sarebbe diventata nel Manierismo. L’attico è una forma piena che poggia sui tre ordini inferiori più “vuoti” (anticipando di circa dodici secoli Palazzo Ducale a Venezia) ed è coronato da un cornicione aggettante che Michelangelo avrebbe applicato a Palazzo Farnese. A differenza di quella greca, imperniata sulle colonne e le trabeazioni (è detta per questo “tettonica”), l’architettura romana, definita “plastica”, è il trionfo della muratura, dell’arco, delle volte, delle cupole: gli antichi romani erano grandi architetti e straordinari ingegneri (oltre che eccellenti scultori). Vicino al Colosseo, l’arco di Costantino, di quasi trecento anni dopo, si lega a quelli, nel Foro Romano, di Settimio Severo, sempre a due fornici e di cento anni prima, e di Tito, a un solo fornice e dell’epoca del Colosseo: sono tutti archi onorari o celebrativi, come quello, bellissimo, di Traiano a Benevento (un solo fornice, 114 d.C.). Nel foro di Traiano a Roma, introdotto dalla colonna Traiana, capolavoro della scultura romana eretta per celebrare la vittoria sulla Dacia e la massima espansione geografica dell’Impero (è alta quasi 40 metri con 18 blocchi di marmo e ospita oltre 2.500 figure scolpite, di cui 50 dedicate all’imperatore), si possono ammirare i resti della basilica Ulpia, la più grande mai costruita a Roma, scandita da ben cinque navate. All’altro capo dell’area archeologica l’immensa basilica di Massenzio, di due secoli dopo, presenta volte monumentali a lacunari ottagoni e un’abside non meno imponente. Sono i modelli cui si ispireranno le basiliche paleocristiane. Per avere un’idea di quanto poteva essere possente l’architettura romana, è sufficiente recarsi prima alle terme di Caracalla (212-217 d.C.), capace con le sue colossali strutture di ospitare 1.600 persone, e poi a quelle successive di Diocleziano (298-306 d.C.) dalle impressionanti altezze e dalle monumentali volte (sorrette da grandi pilastri ed enormi capitelli), capaci di disegnare spazi di ampio respiro. Tutte sono disseminate di esedre ed erano rivestite di marmi policromi. L’ineffabile Pantheon, ubicato nel cuore di Roma, eretto nel 27 a.C. e riedificato nel 118-125 d.C., è il trionfo della colonna (ben 16, enormi, nel pronao), della trabeazione, del timpano, della volta (a cinque ordini di cassettoni), dell’attico e della cupola.
Ho riscoperto il quartiere Monti, situato tra l’Esquilino e il Viminale, che all’epoca dell’antica Roma era la suburra, zona plebea: è un “piccolo paese” ancora caratteristico, con angoli suggestivi, i sanpietrini di via Baccina, via Serpenti con vista sul Colosseo, scalinate che ispirano camminate (la Salita dei Borgia), la chiesa di San Pietro in Vincoli che conserva il Mosé di Michelangelo, un’accogliente piazza di ritrovo, quella della Madonna dei Monti, un’altra molto piccola, degli Zingari, con una gelateria (consigliata) chiamata Fatamorgana e una libreria, chiamata Libri Necessari, lungo l’omonima via, che merita una sosta (ho comprato la prima edizione di Snack Bar Budapest di Marco Lodoli e Silvia Bre, 1987).
Consiglio le grattachecche (le “granite” romane “grattate” direttamente dal blocco di ghiaccio, detto “checca”) al Chioschetto di via Magnagrecia 49, a due passi da San Giovanni in Laterano. Sono squisite. Io ho preso quella della casa, chiamata “Er Chioschetto” con sciroppo di amarena, tamarindo, arancia, limone spremuto, amarene e pezzetti di cocco.
Al Mercato di Testaccio, tra un cacio e pepe e qualche frittura, consiglio di fare una sosta Da Corrado al banco 18, dove ho conosciuto Gabriele Seprano, che, insieme alla sua compagna Giulia De Simone, di giorno serve qui vini naturali, formaggi a latte crudo (squisiti, tra cui i meno conosciuti e locali Conciato Romano e Caprino del Velabro) e piatti della tradizione italiana, mentre di sera conduce il suo personalissimo ristorante giapponese, Aki (via Gaetano Rappini 23c), dove non fa sushi ma cucina regionale nipponica, accompagnata da una variegata selezione di sakè, curati e proposti dal socio Carlo Cocorullo.
