Un vitigno eccellente ma elusivo

Come gli amatori più smaliziati sanno bene, esistono due macrocategorie di vini: quelli centrati sull’uva di base, chiamati in Francia – spesso in modo sprezzante – vins de cépage, e quelli centrati sul terroir.
I primi vengono considerati prodotti di serie B, e talvolta di serie C e D; i secondi sono acriticamente rispettati, perché “fedeli testimoni della loro terra”.
Per la letteratura classica i vins de cépage sono vini anonimi, standardizzati, replicabili in qualsiasi parte vitata del pianeta, e rispondono alla domanda banale: “Mi porti uno Chardonnay” (o un Cabernet, o un Pinot Nero, o un Syrah). Mentre nei vini di territorio la varietà di partenza viene sublimata nel rapporto più o meno storico con l’areale in cui è coltivata. Così un rosso da uve pinot nero coltivato – per dire – in Australia è soltanto un Pinot Nero*, mentre un rosso da uve pinot nero coltivato a Nuits-Saint-Georges non è più solo un Pinot Nero ma è un Nuits-Saint-Georges, un Borgogna.
Una distanza concettuale e pratica che divide, per fare un ultimo esempio, un semplice Nebbiolo californiano da un augusto Barolo.
Vini da vitigno e vini di territorio
Fatta questa premessa schematica, come sempre la realtà rimescola le carte e rende il confine tra “banalità” dei vini da vitigno e “classe superiore” dei vini di territorio una linea piuttosto labile. Esistono infatti delle varietà di uva intrinsecamente più inclini a dare prodotti di alta qualità di altre, indipendentemente dalla zona in cui vengono allevate.
Non è un caso che nel suo ormai storico trattato enciclopedico “Vines, grapes and wines” (1986) la celebre critica Jancis Robinson suddivida l’ampia platea di uve coltivate nel mondo in tre livelli: “varietà classiche”, “altre varietà importanti”, “varietà secondarie”.
Tra le uve più vocate a dare vini difficilmente banali e unidimensionali – a patto com’è ovvio che vengano da valide lavorazioni in vigna e in cantina – si può senz’altro annoverare il pinot bianco. Un vitigno che, curiosamente, non appare spesso in cima alle preferenze degli enofili.

Da pinot bianco vini di alto livello ma poco appariscenti
Quando ancora facevo degustazioni seriali per le guide, stappando decine e decine di bottiglie ogni mattina, una circostanza si ripeteva ogni anno in Alto Adige: le batterie dei Sauvignon, dei Kerner, dei Müller-Thurgau, dei Traminer, pure dei meno aromatici Chardonnay, erano ricche di bianchi espressivi; quella dei Pinot Bianco molto meno.
Ma riassaggiando le stesse bottiglie a distanza di un paio di giorni dall’apertura, moltissimi vini si spegnevano, mentre non pochi Pinot Bianco risaltavano per nitidezza e ampiezza dei profumi, finezza del gusto, intensità del finale.
Il pinot bianco è un vitigno in grado di dare vini di alto livello, ma non appariscenti, elusivi, che vanno “cercati” e attesi nel bicchiere.
Un esempio felice? Il Pinot Bianco Vom Berg della tenuta Rohregger, che nell’annata 2022 è un vino completo: intenso, limpido, dinamico al palato, e insieme avvolgente, rotondo, pieno.
Ma è solo un nome tra tanti che meritano la massima attenzione del bevitore esigente.
