Vecchie viti: scienza e mito a confronto

Cosa rende un vino speciale? È l’annata, il terroir, la mano del vignaiolo… o l’età delle viti? Nel mondo del vino, l’aura delle “vecchie vigne” è avvolta da un alone di mistero e prestigio. Ma quanto c’è di vero in questa venerazione? Scienziati e produttori si confrontano tra evidenze empiriche e aneddotiche, cercando di svelare il segreto di queste piante longeve, a partire da un articolo di Amy Beth Wright su DailySeven Fifty
Un dibattito secolare
Da un lato, la scienza, con la sua precisione cartesiana, fatica a trovare una correlazione diretta tra l’età della vite e la qualità del vino. Markus Keller, docente di viticoltura alla Washington State University, afferma categorico: “Non ci sono prove scientifiche di cambiamenti nella composizione del frutto o del vino al crescere dell’età della vite“.
Dall’altro lato, l’esperienza e la passione di vignaioli come Karin Wärnelius-Miller, proprietaria della Garden Creek Ranch Vineyards and Winery, a Sonoma, raccontano una storia diversa: “C’è una profondità, una bellezza e una raffinatezza che semplicemente non si vedono in un vigneto giovane“. Un’eco che risuona in molte cantine, dove le vecchie vigne sono considerate un tesoro inestimabile, un ingrediente chiave per vini di carattere unico.
Definire “vecchie viti”: un compito arduo
Ma cosa significa esattamente “vecchie viti”? Nel 2024, l’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (OIV) ha fornito una definizione formale: una pianta di almeno 35 anni. Tuttavia, questa soglia è spesso oggetto di interpretazioni diverse a seconda delle regioni e delle tradizioni locali.
Anselmo Guerrieri Gonzaga, proprietario di San Leonardo in Trentino, osserva cambiamenti graduali e incrementali nelle sue viti dopo i 25 anni: “A questa età, le viti hanno un sistema vascolare robusto, producendo uve di qualità eccezionale. A 50 anni, la vite raggiunge un equilibrio notevole e un bilanciamento fenolico ideale. Le viti che superano i 100 anni tendono a produrre meno grappoli, ma più grandi, riflettendo la loro longevità e adattamento all’ambiente“.
Il mito della bassa resa delle vecchie viti
Uno dei miti più diffusi sulle vecchie vigne è che producano meno uva, ma di qualità superiore. La scienza, però, mette in discussione anche questa credenza. Diversi studi hanno dimostrato che, se ben mantenute e gestite, le vecchie vigne possono avere rese simili a quelle giovani. La minore produzione è spesso legata a malattie, virus o funghi del legno, piuttosto che a una caratteristica intrinseca della pianta.
“Se il vigneto è ben curato, irrigato, fertilizzato e la chioma è gestita, non c’è differenza con le viti relativamente giovani nello stesso vigneto in termini di resa o composizione del frutto“, spiega Keller, citando una ricerca condotta su viti di Shiraz di 150 anni nella Barossa Valley.
L’importanza del terroir
Allora, qual è il segreto delle vecchie vigne? La risposta potrebbe essere più complessa di quanto si pensi. Come sottolinea Matthew Crafton, enologo di Chateau Montelena, “grandi vigneti producono grandi frutti, che fanno grandi vini“. E questi vigneti, proprio per la loro eccellenza, tendono a sopravvivere più a lungo, diventando “vecchie vigne”.
Ma l’età della vite è solo uno dei tanti fattori in gioco. Il terroir, inteso come l’insieme delle caratteristiche del suolo, del clima e dell’ambiente, gioca un ruolo fondamentale. Le vecchie vigne, con le loro radici profonde e ramificate, sono in grado di esplorare il terreno in modo più completo, assorbendo minerali e nutrienti che conferiscono al vino una complessità unica.
Un patrimonio da proteggere
Al di là delle evidenze scientifiche, il valore delle vecchie vigne risiede anche nella loro storia e nel loro legame con il territorio. Sono testimoni di generazioni di viticoltori, custodi di tradizioni secolari e di un patrimonio genetico unico. Per questo, la loro conservazione è una sfida cruciale per il futuro del vino.
Organizzazioni come la Historic Vineyard Society (HVS) in California, l’Old Vine Project in Sudafrica e la Old Vine Conference si battono per proteggere queste piante preziose, promuovendo pratiche agricole sostenibili e sensibilizzando l’opinione pubblica sull’importanza di preservare la biodiversità e la storia del vino.
Il fascino discreto delle vecchie viti: un tesoro da preservare
La ricerca del vino perfetto è un viaggio che attraversa generazioni, intrecciando scienza, passione e un pizzico di magia. Ma qual è il ruolo delle “vecchie vigne” in questo percorso? Se la scienza fatica a dimostrare un legame diretto tra età della vite e qualità del vino, l’esperienza dei vignaioli e il loro amore per queste piante longeve raccontano una storia diversa.
Resilienza e adattamento: i segreti delle vecchie vigne
“La mia conclusione è che si può avere un aumento della qualità nel tempo se gli acini diventano più piccoli, ad esempio a causa di un deficit idrico prima del periodo di maturazione, oppure una diminuzione della qualità se i patogeni si accumulano nella pianta nel tempo“, afferma Markus Keller, aprendo uno spiraglio sulla complessità del fenomeno. “Oppure, la qualità rimane approssimativamente costante nel tempo“.
Alex Krause, co-fondatore di Birichino a Santa Cruz, aggiunge un tassello importante: “Ho visto con i miei occhi che con un’agricoltura sapiente – una componente essenziale del sistema – quanto più resilienti e tolleranti alla siccità siano le vecchie viti, e inoltre quanto più efficientemente allocano le loro risorse in termini di dimensione della chioma e livello del raccolto“.
Krause e Stuart Spencer, direttore esecutivo della Lodi Winegrape Commission, sottolineano l’importanza di due aree di ricerca promettenti: l’epigenetica, ovvero la “graduale mutazione e adattamento al sito nel tempo“, e le reti micorriziche, “reti miceliali sotterranee interspecifiche nello scambio di micronutrienti e meccanismi di difesa delle piante“.
Quando le vecchie vigne creano vini eccezionali?
Per Krause, quando più generazioni investono in un vigneto, c’è “la speranza che il frutto e il vino che si possono ricavare da un dato vecchio vigneto abbiano una maggiore probabilità della media di essere eccezionali“.
Rae Wilson, proprietaria e produttrice di Wine for the People a Fredericksburg, Texas, afferma: “le vecchie viti, quando sono sane, sembrano offrire nel tempo una costanza, o numeri coerenti in termini di fenoli, anche con la variazione tra le stagioni di crescita“. Wilson apprezza le varietà a clima fresco come chenin blanc, sauvignon blanc e chardonnay piantate in Texas negli anni ’70 e ’80, che “raggiungono una concentrazione e una chiarezza uniche” senza lunghi periodi di maturazione.
Wilson osserva, tuttavia, che sul fronte agricolo, ci sono vantaggi ma anche costi: mantenere un vecchio vigneto significa sostituire le viti morenti, combattere i patogeni e gestire la competizione con le viti più giovani. Certo, preservare le vecchie viti significa tutelare una impagabile ricchezza genetica.