Viaggio tra i vitigni autoctoni “minori” siciliani

I vitigni autoctoni “minori” della Sicilia sono testimoni della storia agricola e culturale dell’isola e grazie al lavoro di vignaioli appassionati e progetti di recupero, queste varietà stanno tornando alla ribalta, regalando nuove esperienze sensoriali e mantenendo viva l’identità vitivinicola siciliana. Non solo grillo, catarratto, nero d’Avola, carricante e nerello mascalese, l’isola è uno scrigno di biodiversità e di grandi vini.
La Sicilia è una delle regioni vinicole più affascinanti d’Italia, lo sappiamo: conosciuta per la ricchezza del suo patrimonio vitivinicolo è terra di vino da diversi secoli ma solo negli ultimi cinquant’anni ha iniziato un lavoro di valorizzazione e di crescita dei propri areali prima e delle proprie varietà poi. La storia è nota ed è grazie al lavoro dell’IRVO negli anni Ottanta che è avvenuta la svolta enologica dell’isola più grande del Mediterraneo: chardonnay, pinot grigio, merlot, cabernet sauvignon, syrah ed altre varietà internazionali hanno dato lustro alla nascita e all’affermazione di alcune cantine che oggi rappresentano un’eccellenza nazionale e che piano piano hanno “ridato” spazio alle varietà autoctone oggi sempre più presenti, dal grillo al nero d’Avola passando al catarratto e fino alle superstar carricante e nerello mascalese. Si parla molto meno di tanti altri vitigni banalmente definite “minori” di cui la Sicilia è ricca e che, seppur meno conosciuti, raccontano storie millenarie e contribuiscono alla straordinaria diversità viticola ed enologica del territorio. Da Menfi all’Etna e fino alle isole minori c’è stata una giusta riscoperta di queste varietà, in particolare negli ultimi due decenni, che in alcuni casi hanno sono diventati dei fortissimi punti di riferimento del territorio. Pensiamo al frappato, allo zibibbo e al nocera su tutti ma l’isola è ricca di varietà la cui coltivazione non è mai stata interrotta e altre, come le varietà reliquia, su cui si stanno concentrando gli sforzi di ricerca in campo agronomico ed enologico per capire il possibile utilizzo anche in relazione al global warming.
Zibibbo
Pantelleria è la sua casa, Marsala il suo punto fermo: una varietà antica che può dar vita a bianchi longevi e vini dolci unici al mondo. Questi ultimi primeggiano principalmente a Pantelleria dove è caratteristico il sistema di allevamento ad alberello, pratica iscritta nel 2014 nel registro dei beni immateriali dell’umanità dell’Unesco, e dove vengono prodotte alcune versioni anche secche e spumante. Chiamato anche moscato d’Alessandria sull’isola che è più vicina a Tunisi che ai confini italiani, Donnafugata ne ha fatto un emblema nazionale con il suo Ben Rye ma c’è da sbizzarrirsi con gli altri Passito di Pantelleria prodotti da cantine forse meno conosciute ma di certo altrettanto uniche. Pensiamo a Salvatore Ferrandes che nel suo dammuso – cantina del 1600 – ogni anno produce solo 5.000 bottiglie ma anche Marco De Bartoli, che oltre al Bukkuram nelle sue due versioni, produce anche Integer in anfora e il Pietranera dall’interessante longevità. A Marsala invece, tra i produttori che hanno sposato questa varietà sin dall’inizio, c’è Barraco.

Nerello cappuccio
È il fratello minore e meno conosciuto del nerello mascalese, ma in realtà si tratta di una varietà dalla grande storia che oggi è conosciuta perché presente in buona parte di tutti gli Etna Rosso (il disciplinare prevede fino al 20 %). Il vitigno gregario del vulcano, però, non ha nulla da condividere con il mascalese di cui tutti parlano, anzi, si tratta di un’uva che appartiene geneticamente a un’altra famiglia e che vinificato in purezza dà vita a vini freschi, succosi e straordinariamente contemporanei. Benanti, Calabretta, Tenuta Stagliata, I Custodi delle vigne dell’Etna, Cantina del Malandrino, Feudo Vagliasindi, Al-Cantara e Serafica Terra di Olio e Vino (che oggi lo propone anche in versione spumante da metodo italiano): sono poche le aziende che lo producono e forse c’è ancora uno stile da individuare, ma oltre alla sua presenza sul vulcano attivo più alto d’Europa lo possiamo trovare anche nell’entroterra. L’azienda Fiore, dopo diverse sperimentazioni tra le campagne di Butera, ha deciso di vinificarlo in acciaio con risultati sorprendenti.

Grecanico
Un vitigno dalla grande tradizione quasi del tutto scomparso: sono davvero rari oggi gli esemplari di vini realizzati con questa uva bianca, probabilmente introdotta sull’isola dai greci (da cui deriva possibilmente il nome). Viene vinificato in purezza da Cantina Marilina che a Noto lo produce in due versioni, la Sketta (di recente degustata in una 2006 in splendida forma) e Il Bianco di Marilina, un grecanico in purezza, lavorato sulle bucce. La varietà a bacca a bianca in realtà è originaria della Sicilia occidentale ed è storicamente diffusa nelle province di Trapani e Agrigento ma presente anche sull’Etna da diversi secoli. Altre cantine lo vinificano in blend, storici quelli di Tasca d’Almerita con il Regaleali bianco e Planeta, che nell’Alastro aggiunge anche un tocco di sauvignon blanc.

Moscato bianco
Conosciuto anche come moscato di Noto o Siracusa (a seconda dell’areale di produzione) viene vinificato sia nella versione secca, in quella spumante e in quella dolce così come racconta la sua storia. Se a Siracusa è Cantine Pupillo (proposto in cinque versioni tra secco, dolce e spumante) l’ambasciatore indiscusso del territorio, a Noto sono diverse le aziende che hanno riscoperto questa antica varietà: Marabino con la sua muscatedda ma soprattutto il Soleggiato (l’unico vino in Italia affinato in damigiane di vetro esposte al sole per un anno intero) e anche Planeta, che è stata la prima azienda a utilizzare il tappo a vite su un moscato vinificato in secco (Allemanda).

Inzolia
È probabilmente il più antico vitigno siciliano a bacca bianca a cui solo alcuni produttori oggi dedicano l’attenzione che merita. Una varietà da molti sottovalutata che si caratterizza per la bassissima acidità presente (e al tempo stesso longevo perché si ossida con meno facilità) viene vinificata nella versione classica o macerata. Il suo utilizzo è previsto anche nel blend che può dar vita al Marsala ed esistono anche un inzolia rosa (che è un biotipo di calabrese) ma anche un inzolia nera (nata da un incrocio tra sangiovese e un altro vitigno ancora non identificato), ma in entrambi casi si tratta di varietà ben distinte dall’inzolia di cui stiamo raccontando. Cantine Barbera hanno creduto con forza nella valorizzazione di questa uva, ma la grande storia inizia dal Bianca di Valguarnera di Duca di Salaparuta ed è prodotto da vigne vecchie anche da Funaro a Santa Ninfa. È utilizzata in blend da oltre quarant’anni da Tasca d’Almerita per il Nozze d’Oro e più recentemente da Cristo di Campobello per l’Adenzìa (insieme al grillo).

Perricone
Si tratta di una varietà a bacca rossa originaria della Sicilia occidentale: il perricone è noto per produrre vini di struttura media, dal colore intenso e con note di frutta rossa, spezie e leggere sfumature erbacee. In passato era utilizzato principalmente per i vini Marsala ma negli ultimi anni è stato riscoperto per la vinificazione in purezza, regalando vini molto diversi tra di loro a seconda della mano in cantina e del pensiero del produttore. Feudo Montoni, Barraco, Porta del Vento, Marco De Bartoli sono tra le aziende più rappresentative di questa varietà chiamata anche pignatellio. Tasca d’Almerita lo utilizza insieme al nero d’Avola da una vecchia vigna ad alberello per produrre il Rosso del Conte.
Nocera
Vitigno antico diffuso nella Sicilia nord-orientale, è riconducibile alla provincia di Messina sin dai tempi di Giulio Cesare, che lo considerava il suo vino preferito. Utilizzato per le DOC Mamertino e Faro, è presente anche in Calabria, in Provenza e anche sull’Etna dove spesso viene confuso con il nerello cappuccio e con cui condivide una certa familiarità. Si tratta di una varietà di cui si sta parlando soprattutto negli ultimi anni grazie ad aziende come Cambria, Bonavita e Planeta.

Frappato
Varietà che trova il suo habitat principale nell’areale di Vittoria (Sicilia orientale), è stata fin troppo sottovalutata. Oggi è molto apprezzata anche nei mercati internazionali: le sue caratteristiche principali sono la freschezza, tannini morbidi e un bouquet irresistibile. La lady Frappato è Arianna Occhipinti, ma i suoi ambasciatori sono diversi, dallo storico COS fino a Donnafugata. Negli ultimi anni alcune cantine della Sicilia Occidentale come Mandrarossa, Cantine Barbera e Gorghi Tondi hanno iniziato a produrlo con ottimi risultati.
Malvasia di Lipari
Bellissima varietà aromatica che cresce nelle Isole Eolie (dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO), dove dà vita a vini dolci straordinari ma può essere utilizzata anche per produrre vini secchi di grande eleganza. Si produce in provincia di Messina e in particolare nelle isole di Lipari, Stromboli, Vulcano e Salina ed è uno dei vini dolci più antichi al mondo. Caravaglio, Fenech, Virgona e Hauner ne hanno ripreso negli anni la coltivazione e, oltre a produrla nella storica versione passita, oggi gli hanno dato nuova vita, vinificandola secca e trovando con più facilità la via della tavola.

Syrah
Non proprio un autoctono per come lo immaginiamo ma se c’è un areale (oltre Cortona, certamente) in Italia che si è concentrato su questa varietà è quello della DOC Monreale. Non c’è produttore che non gliene riconosca atto e per molti versi è considerato il vigneto bandiera del vigneto di Palermo, dove viene prodotto da Alessandro di Camporeale (Kaid) Case Alte (Syrah di Macellarotto), Marchesi de Gregorio (Parco Reale), Principe di Corleone (Ridente Orlando), Sallier de la Tour (La Monaca), Dei Principi di Spadafora (Syrah e Sole dei Padri) e Feudo Disisa (Adhara).
Le altre varietà e le etichette simbolo che resistono
Il trebbiano di Guccione, di Tamburello e quello di Porta del Vento, il damaschino di Vite ad Ovest, la minnella di Calabretta sull’Etna, l’albanello di Gulino e di Arianna Occhipinti, il corinto nero sulle Eolie e poi i più recenti imbottigliamenti del vitrarolo (Fina), lucignola (Barone Sergio), catanese bianca (Barraco) sono le altre varietà minori (e alcune reliquia) che conosciamo e che sono vinificate in purezza da alcune cantine siciliane. Discorso a parte meritano gli internazionali che sull’isola più grande del Mediterraneo hanno trovato casa a partire delle sperimentazioni degli anni Ottanta.
