Vulture, “Città italiana del vino 2026”
Il Vulture, rappresentato da 14 comuni della provincia di Potenza nella Basilicata settentrionale (Acerenza, Atella, Barile, Forenza, Genzano di Lucania, Ginestra, Lavello, Maschito, Melfi, Palazzo San Gervasio, Rapolla, Rionero in Vulture, Ripacandida, Venosa), ricadenti a nord del capoluogo di regione potentino e ad est del vulcano Monte Vulture, è città italiana del vino per il 2026.
L’Aglianico del Vulture
L’areale del Vulture definisce, dal punto di vista geografico, un punto triplo tra le regioni della Campania, della Puglia e della stessa Basilicata, di fatto un crocevia importante per l’incontro di culture e tradizioni. Il Vulture è città del vino soprattutto nel segno dell’Aglianico del Vulture, un vino prodotto da uve aglianico in purezza, e che accomuna i suddetti centri ricadenti nelle aree di produzione dei vini Aglianico del Vulture Doc e Aglianico del Vulture Superiore Docg. Il primo disciplinare prevede la produzione di vini rossi fermi e spumante, mentre il secondo la produzione di vini rossi fermi nelle tipologie, appunto, Superiore e Superiore riserva. La differenza sostanziale tra i due vini sta nelle restrizioni minime obbligatorie legate alla produzione dell’Aglianico del Vulture Superiore Docg, ovvero 12 mesi di invecchiamento in contenitori di legno e 12 mesi di affinamento in bottiglia per la tipologia Superiore, e 24 mesi di invecchiamento in legno e 12 mesi di affinamento in bottiglia per la tipologia Superiore riserva prima dell’immissione al consumo. L’aglianico è un vitigno a maturazione tardiva (da ottobre a novembre nell’area del Vulture) e ciò, unito alle caratteristiche di produzione delle varie tipologie di vino, consente una proposta di beva variegata, da pronta a molto complessa. Inoltre, l’Aglianico del Vulture è un vino molto longevo, e questo lo rende uno dei grandi vini italiani, apprezzato anche all’estero. Un Aglianico del Vulture Doc di pronta beva si abbina, per esempio, a piatti di carne bianca o di pasta fresca, mentre un Aglianico del Vulture Superiore Docg complesso si può abbinare a uno stracotto di manzo o a un filetto di cervo.
Il Monte Vulture e il vino
Il Vulture non è soltanto uno splendido luogo e la casa di culture e tradizioni della Basilicata settentrionale ma anche, e forse soprattutto, un vulcano spento. La silhouette decisa e zigzagata del vulcano è visibile percorrendo la strada che porta da Palazzo San Gervasio a Venosa. Giungendo a Ripacandida e Melfi, il vulcano si presenta in maniera maestosa, fino a dominare il paesaggio montagnoso sul proprio fianco est, lungo l’asse Barile-Rapolla-Rionero in Vulture. Tale versante del vulcano è la sede naturale di innumerevoli cantine scavate direttamente nella roccia vulcanica, anche se tutto il territorio di produzione dell’Aglianico del Vulture è sede di cantine, le quali producono anche altri vini interessanti. In particolare, si producono vini Basilicata Igt rossi e rosati da uve merlot e syrah, e bianchi da uve malvasia, moscato, greco, fiano, falanghina, sauvignon blanc, müller thurgau e traminer aromatico, in purezza o in uvaggio. L’area di produzione dell’Aglianico del Vulture è principalmente collinare, compresa tra 200 e 700 metri s.l.m.; non mancano al Vulture coltivazioni a vite a quote leggermente superiori, per esempio di pinot nero e malvasia. Di fatto, il vulcano Monte Vulture è una montagna alta 1326 metri s.l.m. e il suo effetto, anche microclimatico, si fa sentire sull’escursioni termiche giornaliere, sulla ventilazione e aerazione tra i filari a spalliera, e sull’esposizione al sole (generalmente a est) dei vigneti. Tutto ciò giustifica la presenza di vitigni internazionali sia non aromatici che aromatici, accanto a quelli autoctoni tipici del sud Italia. Sulla montagna, sono presenti numerosi castagneti e altri alberi di frutta a guscio, a corredo di un ambiente umido e terroso particolarmente fertile.

L’attività vulcanica e i vini del Vulture
La peculiarità del Vulture risiede nella sua natura vulcanica. L’attività eruttiva è durata da circa 800.000 a 130.000 anni fa, e pertanto il vulcano ora è spento. Il vitigno re del Vulture è l’aglianico, il quale presenta diverse sfaccettature a seconda dell’ubicazione dei vigneti. La coltre di sedimenti vulcanici (da flussi piroclastici) raggiunge più o meno abbondantemente Barile, Rapolla e Rionero in Vulture, mentre lambisce Atella, Melfi e Venosa, nei cui bacini fluviali e lacustri sono abbondanti i sedimenti vulcanici di origine secondaria (da erosione delle acque) e argillosi. In prossimità di Rapolla e Ripacandida, le componenti argillose appenniniche e vulcaniche si sommano a quelle generate da altre bocche eruttive, che hanno agito solo localmente, mentre tutt’intorno all’edificio vulcanico nell’area pedemontana sono presenti sedimenti generati dall’azione di fiumare. Tra Barile e Rapolla è presente una colata lavica significativa, che ha scorso in maniera più o meno lineare, svanendo nel raggio di pochi km. Non ultima, l’azione del vento durante le varie eruzioni ha consentito il trasporto e l’accumulo di ceneri anche a distanze di decine di km proprio verso est, garantendo quindi un apporto vulcanico minerale in tutta la zona dell’Aglianico del Vulture, seppur variabile da località a località. In realtà, le eruzioni vulcaniche rappresentano istanti geologici, separati da lunghi periodi di assenza dell’attività eruttiva. Tali periodi di quiescenza del Vulture hanno consentito ai sedimenti vulcanici di alterarsi, contribuendo, insieme ai sedimenti di origine non vulcanica, alla formazione di spessi suoli stratificati (svariati metri), all’interno dei quali la vite può affondare le proprie radici e nutrirsi degli elementi minerali costituenti. L’Aglianico del Vulture può essere considerato a tutti gli effetti un vino vulcanico minerale e strutturato, con un ampio ventaglio olfattivo (dai frutti rossi al sottobosco, dalle spezie nere al tabacco, ecc…), più potente o elegante in base, tra gli altri fattori, alle località di produzione delle uve all’interno della zona consentita. I vini Basilicata Igt bianchi da uve autoctone presentano, tra le altre, note spiccatamente minerali, e accenni di pietra focaia che si fanno più intensi con l’evoluzione, per una struttura del vino di corpo pieno.

Il Vulture e dintorni
Alcune menzioni particolari per definire un quadro più completo del Vulture. La prima, la presenza abbondante di acque minerali (anche effervescenti) nella zona, a testimonianza dell’attività vulcanica residua post-eruzioni, e della circolazione idrica sotterranea, comunque dominata dalle piogge e, a luoghi, dalle nevi disciolte. La seconda, la presenza di due bellissimi laghi, Lago Grande e Lago Piccolo, nella zona apicale del Vulture, le cui forme crateriche sono testimonianza della lunga e variegata storia eruttiva del vulcano. La terza, la presenza di importanti siti archeologici a Venosa e dintorni, dell’imponente castello aragonese di Venosa risalente al 1470, e di altri luoghi culturali legati al poeta romano Quinto Orazio Flacco, nato proprio a Venosa nel 65 a.C. La quarta, la diffusione delle specialità gastronomiche locali che, unite alla presenza del vino, fanno della zona del Vulture un unicum del sud Italia. Il Vulture “Città italiana del vino 2026” merita certamente una tappa.

Nella foto di apertura vista panoramica da Palazzo San Gervasio a Venosa, con la silhouette del Monte Vulture in evidenza sulla destra. La seconda foto è di Generale Lee da Wikipedia.org. e la terza foto è di Aldo Montemarano da Wikimedia Commons.