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Vini d'Italia
27/07/2026
Di Serena Leo

Loazzolo Doc, la più piccola e dolce denominazione d’Italia che punta al moscato “comfort wine”

Tre ettari, sei aziende che vinificano tutti gli anni, 4000 bottiglie di moscato, 1992 l’anno in cui ci si è blindati con la Doc. Questi sono i numeri che caratterizzano la Loazzolo Doc, denominazione più piccola d’Italia dedicata solo al moscato passito. Pochi appassionati già la conoscono ed è una chicca della viticoltura nazionale. Siamo sulle colline astigiane ed è qui che questo vino ha visto la luce.
Forteto della Lujia lavora il suo moscato – e anche altre varietà – sulle colline che guardano alle Langhe, in un luogo in cui la natura non viene disturbata. Siamo infatti, nell’unica oasi del WWF adibita a vigneto sostenibile. La biodiversità fa da padrona e si produce vino accordandosi con la natura. Giovanni Scaglione al suo Loazzolo Doc ci tiene, tant’è che è uno dei produttori più grandi della zona – solo 2500 bottiglie prodotte in media – ed è colui che ci ha raccontato come questo vino è passato alla storia. I protagonisti di questa storia sono gli abitanti di Loazzolo, ma anche imprenditori capaci di trovare l’opportunità in quella che è la tradizione. E poi, come se non bastasse, c’è anche l’impronta di Arnaldo Strucchi.

Una finestra sulle Langhe

Le Langhe sono poco lontane, ma l’intenso flusso turistico a Loazzolo non passa. C’è pace e la trova anche il moscato bianco piemontese. La parola d’ordine a Loazzolo è “pazienza” e vale tanto per la vita lenta quanto per il modo in cui si produce il vino dolce. “Siamo in un areale vocato per il moscato che viene vendemmiato tardivamente, dopo il 20 settembre per intenderci – afferma Giovanni Scaglione – in alcuni casi si lavora su appassimento in altri no. L’affinamento in botti di rovere è previsto dal disciplinare, si prevede l’imbottigliamento dal secondo anno successivo alla vendemmia. Noi di Forteto della Lujia facciamo appassire le uve, ottenendo un vino dolce che arriva a 11 gradi, ha un residuo zuccherino ancora robusto e gradazione minima 15,5 gradi. Normalmente il Loazzolo arriva a 18 o 19 gradi complessivi”.
Questo modo di produrre moscato fa parte di un’antica tradizione del sud Piemonte, non è certo una novità. “Il moscato passito si produceva già 1000 anni fa e quando abbiamo chiesto di poter ottenere un disciplinare e la Doc, siamo andati a recuperare testi di enologia dell’Ottocento, tra cui uno scritto dall’enologo Arnaldo Strucchi che spiegava la vinificazione del moscato passito a Loazzolo e Canelli”. Giovanni Scaglione si aggancia a questo racconto come ereditario della tradizione. “Sono figlio di enologo e di un nonno viticoltore che un moscato così già lo produceva”.

Come nasce il caso Loazzolo

“L’azienda esiste da 250 anni e prima e produceva vino, nocciole, formaggio di capra, frumento. Mio nonno etichettava già il suo vino, ma è stato papà Giancarlo a dare un’impronta stabile dal punto di vista enologico ai prodotti di queste terre. Prima però, ha lavorato come consulente per diverse cantine del territorio, una di queste è stata Gancia”. Nei primi anni Ottanta il papà di Giovanni fornisce una consulenza a Giacomo Bologna, il primo produttore di barbera barricata. Grazie a questa conoscenza nasce l’idea di voler esaltare la tradizione di un prodotto da meditazione come il moscato. “Tutti sapevano che esisteva, ma non era abbondantemente promosso in quanto si trattava di un prodotto da stappare solo in occasioni particolari, era il classico vino delle feste. Volevano mettere in commercio un prodotto di alta qualità e mio papà si è fatto forza sulla rete commerciale di Bologna per promuoverlo”. Con l’annata 1985 è nato il prototipo del futuro Loazzolo Doc. All’epoca era classificato come vino da tavola, poteva rientrare nella denominazione del moscato d’Asti, Doc più grande e generica.
“Siamo stati quelli che per primi l’hanno commercializzato – afferma Giovanni – anche se lo produceva già nonno e bisnonno, ma solo in pochi esemplari”. Di Loazzolo quindi, se n’è sempre parlato, tant’è che è considerata una tradizione di famiglia da generazioni, legata all’autoconsumo o al regalo. Portare questo prodotto nella commercializzazione significava blindare la ricetta e perché no, dargli anche quella notorietà che merita.
“Grazie a questa manovra abbiamo fatto conoscere questo passito anche a chi non ne aveva idea. È arrivato su tavole di ristoranti importanti, ha conquistato anche Luigi Veronelli. Lui ha scritto articoli molto lusinghieri su questo vino e ha attirato l’attenzione su Loazzolo che è diventata una Deco, cioè denominazione comunale, una delle sue preferite”. A questo punto è arrivato il 1992 e la Doc, quindi, è stato pubblicato il disciplinare restrittivo sulle rese, sono state date indicazioni sulla pendenza dei vigneti, ma anche sull’età delle vigne che non poteva essere inferiore a 8 anni. Si potevano chiamare Loazzolo Doc anche i vini prodotti con la vendemmia 1990 con due anni di affinamento all’attivo. Dal 1993 tutto ha avuto inizio con una grande festa di paese che viene replicata ogni anno.

Valorizzare il Loazzolo Doc. A che punto siamo?

La Doc è sinonimo di controllo e di maggiori informazioni a cui l’appassionato può attingere. È sinonimo di qualità? Certo. “Se fosse ancora vino da tavola non ci sarebbero tante indicazioni in più per il consumatore, tra cui anche il luogo di provenienza. Volevamo che si sapesse dell’origine del moscato, della storia di Loazzolo. Volevamo farlo sapere soprattutto in Italia e all’estero. Con le nostre 2500 bottiglie da 37,5 ml siamo presenti in mercati di nicchia e alto-spendenti, uno di questi è la Svizzera”.
Per promuoverlo, però, bisogna anche considerare quanto se ne produce, per cui le azioni commerciali sono contenute. “Ci muoviamo attraverso fiere e degustazioni come denominazione. In autonomia invece, preferiamo incoming di appassionati di cibo e vino, musica, letteratura, in più uniamo il fatto che siamo in un’oasi naturalistica protetta dal WWF. Lasciamo che i nostri ospiti partecipino alle vendemmie, ci sono i nostri cavalli di montagna abituati a camminare all’interno delle vigne in pendenza. Garantiamo un legame con la viticoltura che fu”.
Mettere in campo delle azioni commerciali ben precise per il moscato è, però, un obbligo e questo avviene grazie alla compartecipazione del Loazzolo a diversi consorzi. “Questo vino viene tutelato e promosso dal Consorzio dei Vini Astigiani che comprende piccole Doc come Loazzolo o Ruché, ma anche denominazioni più grandi come il barbera d’Asti. Le attività del consorzio sono rivolte alla valorizzazione e promozione delle Doc più grandi e producono maggiori introiti. Per non lasciar il Loazzolo nel dimenticatoio come produttori cerchiamo di lavorare individualmente”.

L’assaggio, la miglior risposta a ogni domanda

“Il Loazzolo non si vende sulla carta anche se la sua storia è interessante. È un prodotto che va assaggiato nel posto in cui lo si produce, il coinvolgimento sensoriale è essenziale. Bisogna guardare il territorio, sentire gli odori e ritrovarli nel calice. A tutto questo si aggiunge una storia della cantina e del vino stesso. Poi subentrano le classiche caratteristiche organolettiche”.
Alla fine dei giochi è la richiesta del mercato a comandare la produzione di moscato a Loazzolo. In un periodo come di contrazione dei consumi è necessario fare sinergia. “Siamo solo sei produttori di moscato a Loazzolo, per far sì che il prodotto si conosca lavoriamo in sinergia con il settore gastronomico. Il pairing funziona. Dovremmo parlare un po’ di più di moscato. È il vitigno più diffuso in Italia, è accattivante per i suoi profumi ed è per questo che resta nel cuore degli appassionati. Scoprire le diverse sfumature di questo vitigno aromatico è essenziale per conoscere molto di più sulle varietà coltivate in Italia”. Secondo Giovanni il moscato è un’esperienza. “Veronelli lo definì come canto della terra verso il cielo. Io direi che è un vino che rilassa e fa pensare a cose belle. Lo definirei un comfort wine”.

Serena Leo
Serena Leo

Laureata in giurisprudenza, all’avvocatura ho scelto il vino che è diventato il mio lavoro a tutti gli effetti. Come giornalista freelance scrivo per diverse testate del mondo vitivinicolo, dedicandomi a svelarne gli aspetti più curiosi. Da pugliese Docg sono innamorata di questa terra che, molto spesso, ritorna tra le righe dei miei racconti online e su carta stampata. L’obiettivo però, resta sempre lo stesso: svelare cosa c’è in un calice di vino senza perdersi in troppi giri di parole.

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