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29/10/2026
Di Gherardo Fabretti

Vite Libera, cinque diplomi e una seconda possibilità

Cinque corsisti della Casa Circondariale Santo Spirito hanno ricevuto a Palazzo delle Papesse il diploma di sommelier AIS. Le loro parole, quelle di chi ha creduto nel progetto e un modello che altre regioni vogliono già replicare.

Quando viene chiamato il primo nome, nella sala di Palazzo delle Papesse parte un applauso che accompagnerà tutta la cerimonia. Uno alla volta, i cinque corsisti della Casa Circondariale Santo Spirito si avvicinano al presidente nazionale dell’Associazione Italiana Sommelier, Sandro Camilli, per ricevere il diploma. Al collo hanno la catena con il tastevin, il simbolo dei sommelier. Qualcuno sorride, qualcuno è più composto: per tutti è il traguardo di un percorso cominciato a gennaio.

È l’ultimo capitolo di Vite Libera, il primo corso sommelier AIS completo realizzato dentro un istituto penitenziario italiano. Il progetto era stato presentato a gennaio e si era chiuso in aula il 23 giugno, con l’esame scritto e orale. In mezzo, trenta lezioni intensive sui tre livelli del corso, tenute da relatori arrivati a Siena da tutta la Toscana.

«Onestamente non pensavamo di fare tutto questo rumore», confessa Marcello Vagini, vicepresidente di AIS Toscana e delegato di Siena, che il progetto lo ha voluto e seguito lezione dopo lezione. «Siamo partiti molto sotto traccia. L’idea è nata tra amici, con il direttore del Santo Spirito Graziano Pujia e il colonnello Pietro Sorbello. Poi i primi contatti: il presidente regionale Cristiano Cini ha dato subito il via libera, il presidente nazionale Camilli al telefono in cinque secondi ha risposto di sposare completamente l’idea. Da lì è partito tutto».

«Sbagliare si può»

A presentare i cinque è il comandante della Polizia Penitenziaria Marco Innocenti: «sono cinque detenuti che in quest’anno hanno fatto delle cose straordinarie». Uno di loro ha già concluso il percorso in istituto ed è in misura alternativa. Per Innocenti è l’esempio di come lui e il direttore intendono il carcere: un periodo di passaggio, in cui la persona si arricchisce. «Si sconta una pena, ma poi si ricomincia a vivere».

Poi la parola passa a loro. Il primo a parlare vuol cominciare dal vino: l’Italia e la sua varietà di vitigni «impressionante», la Toscana con le sue 11 DOCG e 41 DOC. «Siamo una regione che vive con il vino. Il vino è cultura, il vino è vita». Valorizzarlo, dice, vuol dire raccontare un territorio che può ancora dare tanto.

Ma il cuore del suo intervento è un altro. «L’istituto cerca sempre di assecondare il detenuto nel suo percorso. Però alla fine dei conti è la persona che deve cercare questo passaggio, cercare di migliorare. Perché sbagliare si può. Però bisogna anche capire da questi errori che ci si può riproporre nel contesto sociale».

Stare in carcere, aggiunge, a volte non è solo scontare la pena, ma anche migliorarsi: «semplicemente leggere un libro, ristudiare qualcosa, approfondire». Negli ultimi due o tre anni, racconta, il Santo Spirito è cambiato molto: le attività trattamentali permettono ai detenuti di portare fuori competenze «che magari fino a poco prima non pensavano nemmeno di poter avere». Il suo grazie va ai compagni di corso, al direttore, al comandante e all’educatrice, la dottoressa Maria Josè Massafra. Anche gli altri corsisti prendono il microfono per un ringraziamento breve.

Ad aprire l’incontro era stato il Garante dei detenuti del Comune di Siena, Stefano Longo. Il suo augurio è che il diploma sia «l’inizio di un’opportunità per un cambiamento reale»: non ripercorrere la strada dell’errore, ma intraprenderne una nuova, magari passando proprio da un lavoro legato alle competenze acquisite.

Quello che c’è dietro una bottiglia

Il presidente Sandro Camilli ha ringraziato il direttore Pujia «per la forza, il coraggio» di portare a compimento un progetto del genere, «con tutte le difficoltà», e per aver scelto AIS come partner, assicurando che l’associazione resterà al suo fianco. Ha poi spiegato che cosa si impara nelle aule AIS: leggere quello che c’è dentro e dietro una bottiglia di vino, «tutta la storia, la cultura, tutta la speranza, a volte la delusione. Tutte le fatiche dei produttori che hanno dedicato una vita alla coltivazione della terra».

È lo stesso approccio che AIS porta negli istituti alberghieri e professionali, dove incontra i futuri professionisti dell’accoglienza, e che da poche settimane arriva anche nelle scuole agrarie: il 1° ottobre, al Ministero dell’Istruzione e del Merito, l’associazione ha firmato un protocollo d’intesa con la Rete Nazionale Next AgrInnovation, che riunisce oltre 150 istituti.

«Noi andiamo a diffondere la cultura del vino e non il suo consumo, che è una cosa completamente diversa», sottolinea Camilli, che la definisce una distinzione fondamentale. Con tutto quello che il settore enogastronomico esprime in Italia, per il presidente è una materia che meriterebbe uno spazio vero nei percorsi di formazione: «una buona conoscenza può produrre una buona educazione».

Poi si è rivolto ai cinque. Il loro diploma, ha spiegato, si può spendere «in qualsiasi struttura ricettiva, nell’accoglienza in cantina» e non solo. Agli esami di giugno c’era anche lui: «ho visto un amore, una passione che va al di là del tempo che avevano a disposizione. Mi sono veramente emozionato per il modo con cui vi siete applicati».

Non è solo una questione di competenze. Secondo il Cnel, sei condannati su dieci sono già stati in carcere almeno una volta, ma la recidiva può scendere fino al 2% per chi trova una collocazione professionale. Eppure nel 2024 solo il 7,2% dei detenuti ha seguito corsi di formazione professionale. Dall’altra parte c’è un settore che cerca proprio queste figure: secondo dati Unioncamere citati da AIS, la ricerca di personale specializzato per la sala non va a buon fine in oltre la metà dei casi.

Fonti: Cnel, dati citati da Linkiesta; Unioncamere, dati citati da AIS

E adesso

Vite Libera potrebbe non restare un caso isolato. Vagini rivendica con orgoglio di essere stato «fonte d’ispirazione per altre delegazioni in giro per l’Italia», che si stanno già muovendo. E c’è un nuovo progetto, «ancora in fase embrionale», che per ora resta riservato.

Anche chi ospitava la cerimonia guarda al carcere. Accogliendo gli ospiti, Stefano Di Bello, consigliere delegato di Opera Laboratori, la società che gestisce Palazzo delle Papesse, aveva detto: «il vino è frutto del lavoro dell’uomo e del territorio, quindi credo che davvero sia il posto giusto per stare insieme». Ora vuole costruire laboratori per i detenuti legati a What We Carry With Us, la mostra di Subodh Gupta in programma dal 26 novembre 2026 al 3 maggio 2027.

L’artista indiano lavora con pentole, scodelle e utensili che portano con sé storie e ricordi, e per Di Bello il legame è naturale: «credo che il carcere sia un po’ la trasformazione». A San Gimignano, dove Opera Laboratori sta recuperando l’ex carcere di San Domenico, racconta di aver letto lettere di detenuti «alcune addirittura commoventi». «In qualche modo l’arte libera».

A metà cerimonia arriva anche il cardinale arcivescovo di Siena Augusto Paolo Lojudice, per un saluto e un incoraggiamento ai neo-sommelier. Poi i diplomi, le battute, la foto di gruppo.

Per Vagini, che a giugno l’aveva definita «una delle esperienze umane più intense» della sua vita, il bilancio sta tutto in un ringraziamento rovesciato: «siamo noi che ringraziamo i ragazzi per questa bellissima esperienza, perché a livello emotivo è stata incredibile».

Vite Libera in breve

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Vite Libera a Siena: AIS Toscana e il carcere Santo Spirito lanciano il primo corso per sommelier – Vitae, 13 gennaio 2026

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Gherardo Fabretti
Gherardo Fabretti

Sommelier e degustatore AIS, nel 2013 consegue il Master Alma-AIS in gestione e comunicazione del vino.

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