La Loira è la nuova Bordeaux
Serge Zaka ha il sorriso paziente di chi ha già risposto mille volte alla stessa domanda. Meteorologo agronomo tra i più ascoltati di Francia, cacciatore di tempeste per passione e cappello da cowboy per vezzo, da anni percorre il Paese per spiegare che cosa il riscaldamento stia facendo alle vigne, al punto da ricevere minacce di morte e finire sotto protezione della polizia. Quando Oliver Styles lo intervista per Wine-Searcher, gli rivolge la domanda più ovvia: si può riportare il clima di Bordeaux a com’era? La risposta arriva netta, quasi divertita. No: il clima di Bordeaux, oggi, si trova in Normandia, nella terra del camembert e dei pascoli.
Non è una provocazione a effetto. Per Zaka, che guida lo studio di consulenza AgroClimat2050 e lavora per il governo francese e per l’Unione europea, la geografia del vino si è già rimescolata: il clima di Tolosa è salito a Bordeaux, quello di Barcellona ha sconfinato nel sud della Francia. Tradotto in nomi di vino, è la Loira a essere diventata la nuova Bordeaux, e la zona di Lione la nuova Châteauneuf-du-Pape. La vite risale verso nord, e con lei il futuro. Eppure, ed è qui che l’intervista cambia passo, non è il clima a tenerlo sveglio la notte.
La vigna risale verso nord
Partiamo dalle buone notizie, perché ci sono. Il caldo apre alla vite terre che oggi nessuno assocerebbe al vino: la Bretagna, la Normandia, il Pas-de-Calais, e più in là il Belgio, la Germania, il Regno Unito. Paradosso dei paradossi, osserva Zaka, la Francia potrebbe ritrovarsi con più superficie adatta alla vigna di prima. Un’incognita resta, le estati troppo piovose di quelle latitudini, ma la rotta è segnata.
Il conto lo paga il Sud, dove Zaka vive e lavora, tra i vigneti della Linguadoca. Qui, racconta, si sta superando il limite che la pianta può reggere. Il grado alcolico medio dei vini è salito dall’11 per cento degli anni Settanta al 14 di oggi, e capita, cosa prima impensabile, di veder morire le viti. La colpa è di una siccità che arriva in anticipo: quando l’uva dovrebbe attingere alle riserve d’acqua, l’acqua è già finita, e così gli acini restano piccoli, concentrati, carichi di uno zucchero che poi diventa alcol. L’unico sollievo, amaro, è che con il gran caldo sparisce la peronospora, la più temuta tra le malattie della vite.
Adattarsi si può, ma ha un prezzo. Vuol dire cambiare i vitigni, inerbire i filari, scegliere con cura i portinnesti, cioè la parte sotterranea della pianta che va a cercare l’acqua in profondità, perfino ombreggiare le viti con teli o pannelli solari. E vuol dire, presto o tardi, irrigare, aprendo però una guerra dell’acqua con le altre colture e con le città. Persino le soluzioni più generose nascondono un’insidia: Château Cheval Blanc, a Saint-Émilion, ha piantato quattromila alberi per creare ombra e biodiversità, ma quegli alberi, avverte Zaka, un giorno potrebbero contendere l’acqua proprio alle viti che dovevano proteggere.
La sintesi. Secondo il meteorologo Serge Zaka il riscaldamento sta spingendo la viticoltura francese verso nord: la Loira avrà il clima che oggi ha Bordeaux e terre oggi impensabili come la Bretagna diventeranno zone da vino, mentre il Sud soffre caldo, siccità e gradi alcolici in aumento. Ma la minaccia più grave, avverte, è un’altra, e non ha nulla a che vedere con il termometro: il crollo dei consumi.
Il nemico vero non è il clima
Perché il colpo di scena Zaka lo tiene per sé fino alla fine, e lo pronuncia senza che glielo si chieda: i cambiamenti economici e sociali, dice, oggi fanno al vino francese più danni del clima. Il punto è che si beve sempre meno, e le ragioni si sommano. Il vino costa, è complicato, ha un’aria chiusa e un po’ snob, mentre una birra è semplice e non chiede di decifrare un’etichetta; per molti giovani, poi, è roba da vecchi. Ci mettono del loro gli influencer della salute, la campagna contro l’alcol, l’abitudine a buttare il vino nello stesso mucchio di ogni altro superalcolico.
La sua ricetta, sorprendente in bocca a un uomo del Sud innamorato dei propri vini, è smettere di irrigidirsi, e aprirsi se serve persino ai cocktail. Cita il pamplemousse rosé, una miscela di sciroppo di pompelmo e vino rosato molto in voga in Francia. “Se me lo portano a tavola mi chiedo che diavolo sia”, confessa, “però fa bere vino alla gente, e vende.” Del resto anche i gusti cambiano con il caldo: si beve meno rosso, perché al rientro da una giornata torrida in città nessuno ha voglia di stappare un vino corposo. Meglio una birra, una bibita, qualcosa di analcolico.
Un discorso che potremmo firmare noi
Zaka parla della Francia, ma il copione è lo stesso anche da noi. Da questa parte delle Alpi la spinta verso nord diventa una spinta verso l’alto: a guadagnare terreno sono le quote, i versanti freschi, la montagna, mentre il Sud, dalla Sicilia alla Puglia, combatte le stesse battaglie della Linguadoca. E la riscoperta dei vini di montagna o di terra vulcanica, che Zaka intravede nell’Alvernia francese, da noi ha già nomi celebri, dall’Etna alle vigne d’altura dell’arco alpino.
È però la sua tesi di fondo a riguardarci più di tutto. Se a minacciare il vino più del clima è il fatto che sta smettendo di parlare alle persone, perché appare caro, complicato e invecchiato nell’immagine, allora la sfida è identica sui due versanti delle Alpi: adattare la vigna al caldo è difficile ma possibile, riconquistare chi ha smesso di bere è l’impresa vera.
In Zaka, infine, c’è una posta che va oltre il bicchiere. Dove la vigna viene abbandonata, avverte, si perde anche il paesaggio: in diversi incendi recenti nel Sud della Francia le fiamme hanno corso più in fretta perché i vigneti, che un tempo facevano da barriera tagliafuoco, non c’erano più. “Non stiamo perdendo soltanto i nostri terroir”, è il suo congedo, “stiamo perdendo le nostre campagne.”
Fonte: Oliver Styles, “Loire the New Bordeaux Says Climate Expert“, Wine-Searcher, 26 ottobre 2026. Serge Zaka è meteorologo agronomo e fondatore dello studio di consulenza e ricerca AgroClimat2050.