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Environment ESG
19/10/2026
Di Redazione AIS

Il vino sostenibile al banco di prova

Dal 27 settembre, in Europa, le parole che promettono sostenibilità su un’etichetta di vino devono poter essere dimostrate. “Green”, “sostenibile”, “eco-friendly”, “pulito”: i termini ambientali generici non bastano più, vanno spiegati e provati, oppure spariscono. Lo racconta Lauren Johnson-Wünscher su SevenFifty Daily, e la novità tocca da vicino anche le cantine italiane, che in larga parte vendono nell’Unione europea.

A imporlo è una norma europea dal nome ambizioso: la direttiva 2024/825, battezzata “Empowering Consumers for the Green Transition” e abbreviata in EmpCo. Nata nel 2024 per tutti i prodotti di consumo, è entrata in vigore a fine settembre e punta a un bersaglio preciso, il greenwashing, cioè l’arte di sembrare più ecologici di quanto si sia, vantando una sostenibilità generica o non verificata. Secondo uno studio del 2020, oltre la metà delle dichiarazioni ambientali in circolazione nell’Unione europea erano vaghe o fuorvianti.

La buona notizia, per i produttori, è che non dovranno cambiare il modo di fare il vino: la norma riguarda la comunicazione, non la cantina. Si tratta di rivedere etichette, marketing e messaggi, e di ripulirli da ciò che non si può provare. Fuori, dunque, le parole generiche usate a vuoto e i bollini di sostenibilità che non poggiano su una certificazione indipendente, cioè sul controllo di un ente terzo e non del produttore stesso. Dentro restano invece le affermazioni concrete: una pratica verificabile come “raccolto a mano”, un dato misurabile come “25 per cento di impronta di carbonio in meno dal 2023”, o una certificazione riconosciuta come la biodinamica Demeter.

Chi sgarra rischia: per le violazioni diffuse su più paesi le multe possono arrivare al 4 per cento del fatturato annuo. L’applicazione concreta, però, spetta ai singoli Stati, e il pericolo, avverte chi segue il dossier, è ritrovarsi con ventisette regole diverse. C’è poi un dettaglio che tocca da vicino chi il vino lo racconta per mestiere: le parole vietate non potranno comparire in nessun punto della comunicazione al cliente, né nel marketing né a voce, nemmeno nel consiglio di un sommelier al tavolo.

La sintesi. Dal 27 settembre una direttiva europea contro il greenwashing vieta, sulle etichette e nella comunicazione del vino, le parole ecologiche vaghe come “green” o “sostenibile” quando non sono sostenute da dati o da una certificazione indipendente. Nel mirino finisce soprattutto “naturale”, termine privo di definizione legale. Riguarda ogni cantina che vende nell’Unione, e perfino ciò che un sommelier può dire al tavolo.

Il nodo della parola “naturale”

Nessun termine è spinoso quanto “naturale”. Il problema è che non ne esiste una definizione condivisa: può riferirsi al modo di coltivare l’uva, a quello di fare il vino, o a entrambi. Per la Commissione europea, se la parola compare nel nome di un vino o di un marchio in modo da evocare un’idea ecologica nella mente del consumatore medio, allora diventa a tutti gli effetti un’affermazione ambientale: il produttore dovrà spiegare che cosa intende e dimostrarlo, pena il divieto. Il tutto deciso caso per caso dai singoli regolatori.

Il dibattito è acceso e tutt’altro che accademico. Il Comité européen des entreprises vins, l’associazione che riunisce le aziende del vino europee, è contrario all’uso di “naturale”, definito dal suo segretario generale Ignacio Sánchez Recarte “fuorviante e in contrasto con la cornice giuridica dell’Unione”. Esistono però certificazioni del vino naturale verificate da terzi, come la francese Vin Méthode Nature, che in teoria renderebbero la parola di nuovo spendibile.

I produttori, intanto, si dividono. C’è chi difende il proprio nome, come l’austriaco Arnold Holzer, che non intende rinunciare al suo “Natural Orange” perché conforme alla legge del suo Paese. E c’è chi ha scelto da tempo un’altra via: lo spagnolo Fabio Bartolomei, dei Vinos Ambiz, ha smesso di usare la parola “naturale” oltre quindici anni fa, e preferisce indicare in etichetta un solo ingrediente, “succo d’uva fermentato”, affiancato dall’elenco di ciò che non ha aggiunto, dai lieviti ai coloranti allo zucchero. Dice la stessa cosa, senza dirla.

Che cosa cambia per l’Italia

Per noi il tema è tutt’altro che esotico. Riguarda ogni cantina che venda nell’Unione, cioè praticamente tutte, e tocca un nervo scoperto: il vino naturale, da noi un movimento vastissimo e senza una definizione di legge, finisce dritto sotto la lente. La stessa sorte può capitare a “green”, “sostenibile”, “eco”, usati senza prove. E c’è l’aspetto che più dovrebbe interessare chi fa cultura del vino: anche il racconto a voce, quello di un sommelier o di un addetto alla vendita, deve rispettare le stesse regole. Non si può promettere a parole una sostenibilità che l’etichetta non è in grado di dimostrare.

La norma, va detto, non pretende che ogni piccola azienda si copra di certificazioni costose: oltre il 99 per cento dei produttori europei sono piccole e medie imprese, e per molte affermazioni basta una documentazione solida. Resta però il fatto che il vino, fatto di parole sfuggenti più di quasi ogni altro prodotto, è tra i più esposti. E tutto questo arriva proprio mentre le etichette europee devono già riportare valori nutrizionali e ingredienti, spesso nascosti dietro un codice QR.

Il rischio, avverte Emma Östansjö di Systembolaget, la catena pubblica che in Svezia detiene il monopolio sulla vendita di alcolici e che da anni passa al setaccio queste dichiarazioni, è che la paura di sbagliare si trasformi in silenzio. “Non lasciate che il timore del greenwashing diventi greenhushing“, cioè tacere per prudenza anche ciò che si è fatto davvero. “Se il lavoro l’avete fatto, dovete poterlo raccontare. La chiave è la trasparenza, la verifica, e la chiarezza su che cosa esattamente si sta affermando.”

Fonte: Lauren Johnson-Wünscher, “Europe Is Cracking Down on Greenwashing. What Does That Mean For Wine Labels?“, SevenFifty Daily, 2 novembre 2026.

Redazione AIS
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