“Il Lambrusco come vino da condivisione e non prodotto d’élite”
Secondo Cantina Ventiventi il Lambrusco conviviale è da metodo classico e racconta l’Emilia

Tre fratelli e un sogno: rendere il Lambrusco un vino identitario, conviviale ed estremamente pop, proprio come la tradizione ha voluto, ma in chiave moderna. Ecco come Andrea, Riccardo e Tommaso Rabazzoni – papà Vittorio compreso – hanno dato il via al sogno chiamato Ventiventi. La cantina suggella un atto di coraggio alla vigilia del Covid che ha sconvolto la quotidianità. L’evento però, non ha scoraggiato i tre fratelli che hanno pensato a lavorare in prospettiva perché prima o poi, anche dopo la notte più buia un mattino radioso arriva sempre. Con Andrea Rabazzoni, responsabile della produzione ed enologo, una chiacchierata su come il Lambrusco, all’estero e in Italia, potrà dire la sua al netto di problemi politici e di crisi del vino.

Moderno e a basso contenuto zuccherino, il Lambrusco secondo Ventiventi
L’idea è dare al Lambrusco un’impronta diversa dal solito, quella del metodo classico. Un’innovazione che ha spinto sempre più produttori a elevare qualitativamente queste varietà considerate veloci e di pronta beva, ma soprattutto vini da acquistare a poco prezzo. “Ci siamo uniti all’opera corale di valorizzazione del Lambrusco e l’abbiamo fatto seguendo altri produttori che avevano già tracciato il percorso. Da sempre visto come vino da tavola o migliore scelta per qualità e prezzo, l’opera di valorizzazione da vino pop ma a metodo classico significa cercare complessità e, allo stesso tempo, preservare la semplicità del vino ma non la banalità”. Un concetto che ben si riassume con “la bottiglia deve essere finita al tavolo” e in un momento entusiasmante per la bollicina italiana è il momento di pigiare l’acceleratore su questo sentiment e lavorare su una precisa identità, quella del Lambrusco di Sorbara e del Salamino, compreso l’outsider bianco e autoctono che è il Pignoletto, sorpresa per le bollicine emiliane.
La parola chiave per i Rabazzoni Brothers è la sperimentazione. L’azione guida un metodo classico in linea con quello che il mercato vuole, cioè un pas dosé vero con zero aggiunta di zuccheri, così come un vino sempre più rispettoso di ciò che è, con l’aggiunta massima di uno 0,4% di zucchero per grammi/litro. “Un prodotto che chiamiamo brut perché non vogliamo vincolarci alle etichette perché ogni anno cambia la materia prima in vendemmia e in cantina lavoriamo per restare fedeli all’idea del less is more”.
Poi c’è l’affinamento, certezza ed esperimento allo stesso tempo. “Siamo partiti con affinamenti brevi per poter esordire sul mercato, ma certamente il nostro obiettivo è raggiungere 36 e 48 mesi in bottiglia per il Lambrusco e il Pignoletto. Non abbiamo una storicità su questo, quindi ci stiamo provando e i primi risultati ci danno ragione, c’è margine di lavoro. Nel 2026 vogliamo presentare la gamma con l’obiettivo raggiunto: un affinamento di 48 mesi sui lieviti per i nostri prodotti di punta”.

Lambrusco e Pignoletto: perché all’estero possono sfondare
Olanda, Inghilterra, Porto Rico e New York. Queste le mete che Ventiventi ha fatto toccare al suo Lambrusco e compagni. Andrea Rabazzoni commenta così la costruzione costante e faticosa di una rete commerciale diversa, quella che non ha come biglietto da visita le varietà internazionali, bensì l’autoctono emiliano. “Ci muoviamo a piccoli step sebbene il Lambrusco abbia già una certa fama – positiva, si intende – all’estero. Basta solo assaggiarlo per rendersi conto di quanto questo vino non abbia esaurito le sue argomentazioni, anzi sia in uno stato di grazia”. E del Pignoletto invece, che si dice? Ha bisogno di presentazioni. “Di certo se ne parla meno, ma bisogna sapersi innamorare del prodotto ed è quello che chiediamo a chi porta in giro il nostro brand, spendere una parola in più per una grande sorpresa. Vendendo la storia accompagnata ad un prodotto di qualità è una vittoria”. Un risultato che rende Ventiventi una piccolissima cantina appetibile all’estero. 70.000 bottiglie sono poche, ma a rispondere bene è il mercato americano senza tante remore per i dazi.

Custodi e consorzio: lotta o convivenza?
E che nel territorio del Lambrusco non si stia passando un momento proprio felice a livello istituzionale non è un mistero. La neonata associazione Custodi del Lambrusco, che oggi raccoglie 26 con anche fuoriusciti dal consorzio, punta a direzionare il Lambrusco verso un altro futuro creando una spaccatura con il consorzio che deve seguire pur sempre le sue logiche già collaudate. Ventiventi è da entrambe le parti, scegliendo di non schierarsi politicamente, ma tenendo ben alta la bandiera del Lambrusco. “Fino a dicembre 2025 saremo con i custodi e il consorzio – afferma Andrea – Siamo entrati nel Consorzio all’inizio della nostra avventura, ma quando si è presentata l’opportunità dei Custodi abbiamo pensato subito a un modo parallelo per denunciare anche le difficoltà dei produttori più piccoli, di quelli che non macinano milioni di bottiglie. Di certo non abbiamo percepito ciò che è successo in passato all’interno del consorzio perché siamo giovani, ma sappiamo che c’è bisogno di più attenzione anche per i piccoli produttori che, molto spesso, vengono fagocitati dalle esigenze dei più grandi. È essenziale che ci sia un dialogo sereno e che tenga conto di ogni membro, senza sacrificarli in nome dei grandi interessi economici”. Custodi per custodire appunto una storia e una produzione autentica, questo è il senso che seguono le aziende facenti parte della neonata associazione. Preservare il territorio del Lambrusco sembra essere semplice, in realtà non lo è.

Largo alla next generation del Lambrusco che sa parlare ai giovani
Secondo Andrea il Lambrusco è un vino che può dire la sua nel panorama vitivinicolo italiano sottoposto a continue burrasche. Bassa gradazione alcolica, bevute fresche e versatili su menù sempre più light, naturalmente bollicine, danno grande spazio di manovra al calice. “L’interesse riscontrato in questi anni per il Lambrusco è dettato dall’opera di produttori che hanno saputo osare e andare contro la tradizione, mettendosi alla prova. Il problema è che bisogna scrollarsi di dosso l’etichetta di vino veloce e dal prezzo basso – sottolinea Andrea – che sia un problema di comunicazione è certo, per questo bisogna valorizzare chi lavora con un’idea diversa da quella dei grandi numeri e noi vogliamo collocarci in questo segmento”.
E a questo punto a chi rivolgersi? Se il Lambrusco riscuote un buon successo tra i bevitori più giovani, comunicare a loro con una lingua semplice e con consapevolezza è la chiave per avvicinarli a una scelta. “Facendo tastare con mano l’esperienza, senza venderla come visita in cantina, funziona. La formula aperitivo e festa ci fa registrare grandi numeri in termini di accoglienza in struttura, per questo bisogna aprirsi e cancellare quell’allure di esclusività che si porta dietro il vino. Bisogna saper raccontarsi a chiunque, anche a chi è distante dal mondo del vino senza giudicare e senza categorizzare. Ognuno porta la sua esperienza e chi arriva da noi in cantina è un pubblico potenzialmente interessato ovvio, ma sta a noi coltivare il seme della conoscenza appena piantato”.