Il Vesuvio fa sbocciare una nuova generazione di vignaioli
Con i produttori d’alta gamma dell’Etna che spingono i prezzi fuori portata per molti acquirenti, la DOC Vesuvio intravede la propria occasione. Negli ultimi dodici anni una generazione di vignaioli ha rinnovato le vigne, investito in cantine moderne e lanciato etichette nuove, puntando su terroir vulcanico e uve autoctone come il caprettone e il piedirosso. A fare da traino sono anche l’enoturismo e un progetto che riporta la vite dentro gli scavi di Pompei. La sfida resta convincere il mondo del vino che questa storia merita di essere scoperta.
Il racconto è firmato da Marisa D’Vari su Wine-Searcher, e parte da un ribaltamento di prospettiva. Finché l’Etna ha dettato legge tra i vini vulcanici, il Vesuvio è rimasto nell’ombra; ma ora che i produttori d’alta gamma siciliani prezzano alcune bottiglie fuori dalla portata di molti acquirenti, i membri della DOC Vesuvio potrebbero finalmente avere il loro momento di sole. Negli ultimi dodici anni, osserva l’autrice, una nuova generazione di produttori vesuviani ha rivitalizzato i vigneti, investito in strutture moderne e fatto il proprio ingresso sul mercato globale con etichette nuove di zecca. A spingere il fenomeno sono l’attenzione internazionale ai vini di territorio e il crescente interesse per le uve autoctone, intimamente legate al paesaggio vulcanico della denominazione.
Famiglie di lungo corso, aziende giovani
Bosco de’ Medici è uno degli esempi di questa rinascita. La famiglia è presente nella zona da secoli, ma la produzione commerciale con quel nome è cominciata solo nel 2014; oggi la tenuta firma vini da varietà locali come caprettone e piedirosso, e gestisce una delle attività di ospitalità più sviluppate dell’area. Un percorso simile è quello di Casa Setaro: Massimo Setaro è cresciuto lavorando con il padre e i fratelli alla produzione di vino sfuso dalle vigne di famiglia sul versante meridionale del Vesuvio, poi, ereditati i vigneti storici, alcuni dei quali a piede franco, ha trasformato l’azienda agricola in una cantina votata all’imbottigliato e ai vitigni nativi, con una cantina scavata nella roccia lavica sotto la casa di famiglia a suggellare il legame tra i vini e la loro terra d’origine.
L’investimento, del resto, va ormai oltre la bottiglia. Molte delle cantine visitate dall’autrice accolgono gli ospiti per degustazioni e pranzi, alcune hanno aggiunto posti letto, e le più facoltose hanno sviluppato un’ospitalità in stile resort, arrivando a costruire ville dove i visitatori possono soggiornare tra i filari. L’obiettivo, come denominazione, è costruire una reputazione e un’identità attorno al Vesuvio inteso insieme come regione del vino e meta enoturistica, forti di un vantaggio non da poco: il nome del vulcano lo conoscono tutti, anche quando i nomi delle uve risultano poco familiari.
Due autoctoni in cerca di pubblico
La Campania è già nota per varietà come fiano, greco, falanghina e aglianico, ma i produttori vesuviani puntano ora i riflettori su due autoctoni meno conosciuti, il caprettone e il piedirosso. Il caprettone, uva bianca nativa dell’area vesuviana, è stato a lungo confuso con la coda di volpe, e solo oggi i produttori locali gli stanno riconoscendo un’identità propria. Da Bosco de’ Medici l’autrice ha assaggiato un Pompeii Bianco ottenuto interamente da caprettone, in parte fermentato e macerato in terracotta: scorza di limone, un accenno di nocciola e un carattere minerale, chiusi da un delicato finale salino, un vino fresco e contemporaneo, perfettamente a suo agio, servito con un polpo alla griglia, sulla tavola di un ristorante di oggi.
Il piedirosso offre tra i rossi un’opportunità analoga. Meno celebre dell’aglianico sul piano internazionale, dà in genere uno stile più leggero e accessibile, con frutto rosso vivo e note floreali e sapide, e la sua freschezza lo rende particolarmente adatto alla cucina campana. Per importatori, dettaglianti e sommelier, la relativa oscurità di queste uve è insieme una sfida e un’occasione: nessuna delle due si venderà sul solo riconoscimento del nome, ma entrambe propongono vini di forte e sorprendente identità regionale.
Il mondo del vino torna a Pompei
È proprio questo potenziale, scrive D’Vari, ad aver portato lo scorso settembre la Old Vine Conference a Pompei. Michèle Shah, ambasciatrice italiana della conferenza, e l’organizzatore Dante Stefano Dal Vecchio hanno riunito acquirenti internazionali, giornalisti e operatori per tre giorni di incontri con i produttori, masterclass e visite in cantina, con Bosco de’ Medici e Casa Setaro ad aprire le porte ai partecipanti. Il momento clou è stato uno sguardo alla rinascita dei vigneti dentro la città antica, frutto di una collaborazione tra il Parco Archeologico di Pompei e il gruppo Tenute Capaldo, che comprende Feudi di San Gregorio e Basilisco.
Viviana Malafarina, direttrice generale ed enologa di Basilisco, ha guidato il gruppo oltre i cancelli chiusi, dentro piccole parcelle di vigna sparse tra case antiche e giardini cintati. Un tempo la vite cresceva in tutta Pompei, vicino alle abitazioni, alle taverne e alle aree commerciali, tanto che il vino era parte della vita quotidiana; oggi Tenute Capaldo ha ripiantato varietà antiche, tra cui aglianico, piedirosso e sciascinoso, entro le mura della città. Proprio questo mese il Parco e il gruppo hanno annunciato una vendemmia da quattordici piccole parcelle sperimentali e didattiche, poco più di un ettaro in tutto. I piani futuri prevedono altri vigneti con varietà bianche come fiano, greco e falanghina, una cantina biologica e una produzione a regime di circa 30 mila bottiglie.
I vini commerciali di questo progetto, avverte l’autrice, resteranno lontani dagli scaffali per molti anni. Ma è l’investimento di uno dei grandi gruppi vinicoli campani ad accendere i riflettori su una rinascita ben più ampia, già in corso attorno al vulcano. Per gli acquirenti, conclude D’Vari, il Vesuvio offre vini dal chiaro senso del luogo e una storia memorabile. Soprattutto, l’investimento in cantine moderne e vigneti rinnovati sta aiutando i produttori a chiedere maggiore attenzione sul mercato internazionale. La vera sfida, ora, è convincere il mondo del vino che anche questa nuova storia merita di essere scoperta.