La favola del vino di campagna e del vino di città
Gli enofili duri e puri affollano i cosiddetti social con foto di vecchi contadini ripresi nella loro vecchia vigna, o nella loro vecchia cantina, con i loro vecchi utensili (accento sulla prima i) e le loro vecchie bottiglie. È un fenomeno mediatico che ha almeno una quindicina d’anni.
Il fatto che siano: a) contadini, b) anziani pare garantire uno speciale salvacondotto verso un apprezzamento universale e incondizionato, secondo la storica equazione: “contadino è bello”. Che ha come corollario “convenzionale – o peggio industriale – è brutto”.
Ammetto di coltivare a mia volta un pregiudizio positivo simile sul mondo contadino, e devo ogni volta fare forza su me stesso per non valutare un vino sempre e comunque attraverso la prima lente deformante del giudizio sul metodo, prima ancora che sul risultato.
Il contadino vs. l’industria
È celebre l’affermazione apodittica di Luigi Veronelli: “Il peggior vino del contadino è migliore del miglior vino d’industria”. Sul piano filosofico, e più ancora politico, tale assunto ha una forza evocativa e simbolica sulla quale non si può che concordare. Su un piano meno elevato, l’osservazione empirica insinua diversi dubbi sulla sua validità assoluta, così come la interpretano strumentalmente i talebani del vino, di ieri e di oggi.
Non sono così ingenuo da pensare che il grande Gino intendesse enunciare una verità universale. Egli era di sicuro consapevole del senso provocatorio e iperbolico della frase. Voleva ammonire, scuotere le coscienze intorpidite, difendere il meglio delle nostre tradizioni. Come sosteneva più o meno quel tale filosofo (non ricordo chi – forse si trattava di un commercialista), “la verità si raggiunge per eccessi”.
Quando il pregiudizio diventa un dogma
Questi ispirati princìpi si trasformano però in armi contundenti nelle mani dei più estremisti. Che fingono di preferire – o addirittura preferiscono, in un’allucinazione in cui la mente impone al corpo di ignorare le sue vere percezioni – talune pozioni imbevibili, perché comunque “contadine”, ad altri vini condannati in radice, perché comunque “convenzionali”.
Due bottiglioni, due verità
Una giornata esemplare mi ha chiarito ulteriormente le idee in materia. Diverso tempo fa sono stato nelle Marche, a trovare certi parenti di mia moglie. Durante un pranzo di famiglia sono stati portati in tavola due bottiglioni da combattimento riempiti con vino sfuso prodotto in zona. Vino davvero e ancora contadino. Espressione che al dunque, presa alla lettera, può voler dire tutto e il contrario di tutto.
E infatti. Uno, il rosso, era un liquame equivoco capace di concentrare in pochi decilitri tutto il repertorio dei difetti enologici conosciuti: spunto, ossidato, ridotto, crudo, immaturo, rifermentato, eccetera. In una parola: imbevibile. L’altro, il bianco, era l’esatto opposto. Dorato nel colore, brillante, profumato, delicatamente floreale, minerale, sapido, fruttato, ampio, profondo e complesso, manco fosse uno Chevalier-Montrachet.
Insomma, un vino prodigioso per il contesto.
“È dalla vecchia vigna di un mio amico, dalle parti di Cupramontana”, mi ha detto compiaciuto il padrone di casa; e ha purtroppo aggiunto, accorgendosi del mio salivante interesse, “ne fa poco e per quest’anno non ne ha più”.
La foto di apertura è di Boudewijn Boer Unsplash.