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Vini del Mondo
22/10/2026
Di Paola Restelli

La messa a nudo del Meunier: la lezione di Sylvie Moreau a Bologna

Dalla materia grezza della calda vendemmia 2026 ai calici di Champagne in commercio: la visione parcellare di Sylvie Moreau, Récoltant Manipulant della Petite Montagne de Reims, scolpisce l’identità del Meunier attraverso la lente analitica di due micro parcelle, confrontate al microscopio.

Sylvie Moreau e la visione parcellare

È finito il tempo in cui il Meunier era visto come semplice supporto alla prontezza e morbidezza dell’assemblaggio; la famiglia Moreau lo rende protagonista del proprio elogio alla vinificazione parcellare.
Nel mosaico della Vallée de l’Ardre e della Montagne de Reims occidentale, l’azienda custodisce 3,2 ettari suddivisi in micro-parcelle. Guidato da Alexandre Moreau, subentrato alla madre Sylvie, il domaine, da oltre un decennio, conduce la vigna in biologico, senza chimica di sintesi, tra inerbimenti, letame, preparati naturali e coperture sperimentali del vigneto.
Il cuore di Alexandre batte per il Meunier, vitigno che copre il 31% del vigneto champenois (pari allo Chardonnay e dietro al Pinot Nero al 38%) troppo a lungo relegato a gregario da assemblaggio. Caratterizzato dal germogliamento tardivo – difesa naturale contro le gelate primaverili – e così nominato per la peluria farinosa sotto le foglie che ricorda il lavoro del “mugnaio”, Alexandre lo eleva a potenza, dimostrando come ceppi storici, lieviti indigeni e lavorazioni in legno ne favoriscano l’espressione di carattere, profondità, eleganza e longevità.
La lettura parcellare di questa Maison trova la sua manifestazione più eloquente nella comparazione tra La Noue, a Courmas e Le Poteau de Coulommes, a Saint-Euphraise: due Meunier in purezza, fermentati e affinati in botti di rovere, senza chiarifica né filtrazione.
Le suddette parcelle sono state le protagoniste della Masterclass dedicata all’anima del Meunier che si è tenuta a Bologna, in occasione della nona edizione della Champagne Experience, il più grande evento italiano interamente dedicato allo Champagne.

Il laboratorio di Bologna: vin clair 2026 contro Champagne finito

La degustazione, guidata da Chiara Giovoni e dalla famiglia Moreau, ha offerto al pubblico una rara occasione formativa: confrontare i vins clairs della vendemmia 2026 – assaggiati appena imbottigliati e ben lontani dal tiraggio – con gli Champagne finiti provenienti dalle medesime parcelle.
È importante sottolineare quanto sia raro che un produttore condivida i propri vins clairs al di fuori dalla cantina.
Stiamo parlando del vino fermo che precede la presa di spuma: un prodotto incompleto da giudicare attraverso opportuni parametri di matrice diagnostica. Acidità, materia e impronta del suolo risultano così più esposte, prima che la seconda fermentazione e la maturazione sui lieviti ne ridefiniscano la trama.

Confronto parcellare

Partiamo dalla zona di Courmas denominata La Noue, con vigneto impiantato nel 1973 su suolo argilloso che, nella parte più pendente del mi-coteau, vede il gesso affiorare. Questo elemento, sommato all’esposizione ad Est, conduce all’assaggio di un vin clair 2026 teso e verticale, con espressione fruttata “da manuale” del Meunier: pera, mela, agrume goloso, prugna gialla. La sapidità risulta decisamente marcata.
Lo Champagne La Noue 2020, di contro, arriva al nostro calice dopo una sosta di 30 mesi sui lieviti e conferma all’assaggio l’acidità vibrante e tagliente, integrata nella cremosità del perlage, con mela cotogna, nocciola e lunga scia salina a segnare il passo del raffinato sorso.

Le Poteau de Coulommes, parcella di Saint-Euphraise piantata nel 1965, esprime il carattere di un suolo argilloso costante, esposto a Sud. Vigne più vecchie, tipologia del terreno ed esposizione non possono che condurre ad un vin clair 2026 di struttura più ampia e volumetrica, colore più denso, matrice fruttata intrisa di spezie ed evidente densità tattile. Il relativo Champagne, sempre legato al millesimo 2020, propone un sorso gastronomico e stratificato, dove il frutto maturo dialoga con le note di panificazione, pur mantenendo una dinamica fresca ed accattivante.
Due assaggi estremamente esplicativi: La Noue esprime una matrice più tesa e gessosa, con una percezione “posteriore” della sua identità.
Le Poteau de Coulommes, invece, si contraddistingue per maggiore volume e profondità, con un approccio più “anteriore”.
Il confronto esula dall’assegnare primati ai suoli: mostra nitidamente come due parcelle dello stesso vitigno possano condurre a strutture e dinamiche completamente diverse.
I vins clairs hanno reso leggibile lo scheletro; l’esecuzione enologica ha espresso l’architettura degli Champagne, esaltandone la matrice.
Da notare come il dosaggio di 1 gr/l vada in controtendenza rispetto all’idea che il Meunier richieda di arrotondare il suo finale di bocca più rustico e vegetale.
Ciascuna edizione di Champagne è stata prodotta in poco più di 700 unità numerate.
Utilizzo del legno, fermentazioni spontanee sorvegliate ed uso moderato della solforosa ci conducono ad una serie di riflessioni, confermate anche dagli assaggi ai banchi della Rassegna.

Il paradosso della complessità

Mentre molti distretti enologici inseguono vini sempre più agili e di maggiore accessibilità, la Champagne d’autore segue la strada della complessità, focalizzandosi sempre più su una rigorosa matrice parcellare d’ispirazione borgognona, dove la lettura dei singoli lieux-dits sostituisce qualsiasi logica omologante del gusto.
Sembra che la nuova generazione di vignaioli stia tracciando una netta svolta interpretativa, con al centro la qualità della materia prima: un vino base che nasce da modelli di viticoltura sempre più ecosostenibili, spesso fermentato in maniera spontanea con lieviti indigeni, vinificato senza chiarifiche né filtrazioni, tirato il più tardi possibile, con riduzione della solforosa al minimo. L’innalzamento delle temperature consente di raccogliere uve più mature, azzerando lo zuccheraggio e permettendo di rivedere al ribasso la permanenza sur lies. In cantina la liqueur d’expédition è ridotta o assente (Extra Brut, Brut Nature), affiancata dall’uso di riserve perpetue che conferiscono spessore e complessità al sorso.
Nascono così vini sempre più “identitari”, capaci di sfidare l’omologazione delle beva per inseguire la massima espressività del terroir.

Il Meunier e il mercato italiano: riconoscere la differenza

La precisione parcellare apre una questione che non si limita alla visione enologica: quanto è pronto il mercato italiano a riconoscere il valore di questo tipo di lettura?
Lo abbiamo chiesto a Vittorio Viganò, importatore italiano di Sylvie Moreau per Passion France: “Noi puntiamo ad un mercato alto capace di valutare la grandezza di questi prodotti. Sempre più sommelier preparati, soprattutto giovani, sono in grado di recepire questo genere di valore ed inserirlo nelle proprie carte a fianco dei grandi nomi, nonostante i brand in questione non siano ancora così conosciuti in Italia. Sta crescendo, in questo contesto, un mercato di veri intenditori dello Champagne, capaci di distinguere e selezionare al di là delle leve di marketing”.

Verso un neoumanesimo champenois

Il confronto tra matrice primordiale del vin clair e compiutezza della bollicina ha riportato al centro la sensibilità interpretativa: la tecnica non è un fine autonomo, ma uno strumento organico di lettura.
La visione di Alexandre Moreau, si lega così al filo conduttore di questo articolo: sottrarre il vino alle formule standardizzate per restituirlo alla complessità concreta dei luoghi e delle decisioni umane, con attenzione crescente alle buone prassi agronomiche.
In sintesi, la Champagne sta vivendo un periodo che merita uno spazio di riflessione e che pone la sensibilità al di sopra delle formule.
In un momento in cui si tende a “togliere” – talvolta anche troppo – il lavoro di Moreau ci dimostra come l’identità si sviluppi in parallelo alla massima esaltazione del carattere (micro)territoriale.

Paola Restelli
Paola Restelli

Curare un contatto oppure dar vita a una rete di persone e di idee mi ha sempre procurato divertimento e piacere, d’altronde mi chiamo Paola Restelli, “PR” di nome e di fatto. Lavoro da anni nel comparto come consulente freelance, con mansioni di Brand Ambassador e Wine Educator, ma anche responsabile dell’ideazione e conduzione di eventi enogastronomici. Mi sento “al posto giusto”, come il buon vino a tavola, e amo conferire alle mie degustazioni una natura giocosa. Penso a me come a un cupido enoico, che opera in una nicchia privilegiata di edonismo e cultura.

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